Monthly Archives: February 2012

Tua di Claudia Piñeiro, recensione

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È stato definito “Il miglior giallo psicologico in circolazione” Tua di Claudia Piñeiro, edito in Italia da Feltrinelli, in realtà, a mio avviso, fatica a conquistarsi il titolo di giallo, anche se la storia e lo stile narrativo rimangono interessanti. Probabilmente il motivo che mi porta a definirlo un romanzo non giallo è la mancanza di mistero, nonostante l’autrice cerchi di portare il lettore verso il gran finale la trama non è originale, anzi, la definirei abbastanza banale. Di contro, ha attirato la mia attenzione lo stile narrativo insolito, diversi punti di vista narranti si alternano, i più importanti sono la protagonista, e sua figlia, ma le storie che risaltano non hanno nulla in comune pur appartenendo allo stesso nucleo famigliare.

Inés è una casalinga, madre ma soprattutto moglie, il suo mondo perfetto, costruito attraverso attente e metodiche mappe mentali, rischia di crollare quando trova per caso un biglietto d’amore nella borsa del marito firmato “Tua”. Convinta che non può accadere a lei, segue il marito e assiste così  a una discussione animata tra lui e una donna. La donna cade, sbatte la testa e muore. Inés diventa suo malgrado testimone di un omicidio, ma per mantenere invariata la perfezione dove è abituata a vivere decide di coprire il marito.

La storia di Inés viene interrotta dai dialoghi della figlia di sedici anni, dialoghi con l’amica, con il fidanzato, con sconosciuti, figlia che rappresenta il riflesso di una disattenzione costante. È incinta ma nessuno lo sa.

I differenti punti di vista variano anche nello stile, schietta, egocentrica, diretta Inés, frasi brevi, a volte incoerenti, spaventata e arrabbiata la figlia, calcolatore il marito, professionale il medico patologo. Questa diversità nella narrazione la ritengo assolutamente valida, l’autrice ha saputo caratterizzare ogni personaggio, rendendolo parte attiva di ogni paragrafo che lo riguarda.

Tua

Claudia Piñeiro

Feltrinelli

 

Le torri di mezzanotte di Robert Jordan e Brandon Sanderson, recensione

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La ruota del tempo ha rallentato, solo un capitolo ci separa dalla fine. Brandon Sanderson ha accettato, a mio avviso, una delle sfide più difficili della letteratura, completare un’opera immensa, complicata e intrecciata, riuscendo a mantenere invariate le caratteristiche principali dei protagonisti, un numero decisamente elevato di protagonisti, che negli anni, i volumi sono in tutto 14,  sono cresciuti e hanno modificato tratti consistenti della loro personalità. Brandon Sanderson può tranquillamente ritenersi soddisfatto del suo lavoro, non credo che Robert Jordan potesse augurarsi una mente migliore per portare a compimento la sua storia.

Le torri di mezzanotte, volume numero 13 della saga,  chiude alcune storie e riprende i fili di molte altre, preparando il terreno all’Ultima Battaglia; alcuni personaggi hanno meno spazio, Aviendha, altri tornano prepotentemente, Gawyn, e infine un’atteso ricongiungimento solleverà diversi animi. I salti temporali in alcuni punti non vengono rispettati egregiamente, alcune storie non si intrecciano alla perfezione, ma il compito del libro di accompagnare il lettore verso il gran finale è ampiamente raggiunto.

Rand Al’Thor è cambiato, e alcune sue verità importanti vengono finalmente svelate, i Reietti escogitano gli ultimi tranelli, ogni personaggio, amico o nemico, muove le sue pedine mentre la scacchiera prende posizione.

Le torri di mezzanotte concentra molta attenzione su Perrin, e, ma solo verso la fine, su Mat, la Ruota del Tempo richiede ai  ta’veren,  una persona attorno alla quale il filo del destino compie una piega, la Ruota del Tempo intesse i fili della vita di tutte le persone che stanno loro vicino per formare una Rete del Destino,  ordine prima dell’incontro finale. La spensieratezza dei contadini dei Fiumi Gemelli è sparita da tempo, a ognuno di loro viene chiesto di superare prove sempre più impegnative, pericolose, mentre i Reietti, sebbene in numero inferiore, continuano a cospirare nell’ombra, ma, come è giusto che sia, il bene trionfa, per ora.

Ovviamente chi ha seguito la storia di Rand Al’Thor fino ad oggi attenderà l’ultimo capitolo, ma se ancora non avete affrontato la saga La ruota del tempo devo ammettere che vi invidio, per voi sarà tutto nuovo, e senza alcuna attesa.

Le torri di mezzanotte

Saga La ruota del Tempo

Robert Jordan e Brandon Sanderson

Fanucci Editore

Euro 25,00

Ali e corazza di Daniele Trovato, recensione

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Ali e Corazza di Daniele Trovato rappresenta uno spaccato dannatamente umano inserito in un contesto alieno; queste le parole che ho pesato quando ho finito di leggere il libro, libro che mi ha stupita per qualità, storia e narrazione. La protagonista è Angela Greganti, unA transessuale elegante, misteriosa, e sexy; Angela mi ha rapita, per semplicità, dolore, e capacità di descrivere fatti penosi, ma purtroppo reali, senza mai appesantire il racconto, renderlo banale, o troppo scontato. Il risultato è un’interessante io narrante che riesce a trasmettere ogni sentimento e sensazione mentre la storia si complica fino a raggiungere il suo inevitabile apice.

Angela è bella, intelligente, ma nel suo mondo l’intelligenza serve solo a sopravvivere, sensibile, si è fatta rifare le tette ed è più donna delle tante ragazzine che vorrebbero diventare amiche di un trans perché fa tendenza. Il mondo che la circonda non è certo il paradiso, tra cocaina, sesso a pagamento o comunque dato per scontato, privé dall’atmosfera macabra, spacciatori ecc. Eppure Angela di questo mondo non si lamenta, è il suo mondo, lo conosce, lo sa gestire, lo padroneggia, la paura dell’ignoto è sotto controllo. Una perfezione poco sfavillante, ma pur sempre la sua perfezione. Poi Angela assiste a uno stupro, a commetterlo un uomo politico, un ministro, Angela reagisce e scappa, scappa perché sa di averla combinata, scappa perché ha paura, scappa…

Lo stile narrativo sciolto, piacevole, e l’abilità di scrittore di Daniele Trovato, rendono Ali e corazza un libro interessante e Angela irresistibile, probabilmente perché Angela non nasconde contraddizioni, unendo paure, ansie e fascino, Angela è umana, è anche unA transessuale, lei si considera donna e personalmente l’ho sempre ritenuta tale dall’inizio della sua storia, coraggiosa ma contemporaneamente parte di un sistema terribile.

D’un tratto, non so dire provenendo da quale discorso, arrivai in qualche modo a sostenere che la bruttezza fisica, al giorno d’oggi, è la cosa più antisociale che ci sia, quella che chiude più porte, che rischia di rendere più infelici. Gli spiegai, forse con enfasi appena un po’ accentuata dal vino, come un uomo brutto, ma soprattutto una donna brutta, potessero trovarsi a dover faticare il doppio non solo nella ricerca del sesso o dell’amore, ma anche nel lavoro e nelle socialità in generale. Nuovi paria, credo di averli definiti, costretti alla modestia, al superlavoro, a una bontà d’animo ostentata e spesso posticcia per farsi perdonare un occhio storto, un naso adunco o un girovita giunonico. Persino quando si sposano tra loro, il matrimonio si riduce a un sodalizio tra reietti. Dissi che essere d’aspetto veramente sgradevole nella società in cui viviamo è peggio che essere omosessuali, peggio che essere trans, peggio che essere slavi o musulmani o negri. Peggio che essere criminali o analfabeti o stupidi. Peggio perfino che essere poveri.”

Lo consiglio.

Ali e Corazza

Daniele Trovato

Euro 9.00

Edizioni Autodafé

L’apprendista libraio – il romanzo, di Stefano Amato

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L’apprendista libraio – il romanzo, di Stefano Amato rischia di diventare un caso del web, rischia, perché data l’aspirazione alla solitudine, più volte sottolineata dall’autore, i risultati potrebbero travolgerlo, suo malgrado, costringendolo a confrontarsi con la tanto temuta razza umana. Stefano Amato è l’autore del blog Apprendistalibraio, un esilarante diario dove un commesso, un po’ acido, trascrive alcuni dialoghi surreali con clienti insoddisfatti, nervosetti e a volte un tantino psicopatici. Personalmente mi ha conquistata la flemma dell’autore, stessa flemma, mista a una giusta dose di triste disillusione, ritrovata con piacere anche nel romanzo, “sospetto” autobiografico. Il libro è un “romanzo autoprodotto (non ha dietro case editrici, uffici stampa, critici autorevoli eccetera; è un mero patto fra autore e lettore)“, un patto ben riuscito, infatti oltre ai fedeli lettori del blog sembra che il libro di Stefano Amato stia riscuotendo un notevole successo anche su Amazon, meritato.

L’apprendista libraio è un ritratto realista di quel mondo, e di quei giovani, che proprio in questi giorni vengono nominati spesso dal girone della politica, quelli che dovrebbero smettere di cercare un posto fisso perché è noioso, quelli che stanno troppo attaccati a mamma e papà, e avanti di stereotipi. Da settimane la cronaca ci regala questi sipari di frasi fatte, e attacchi ugualmente scontati, che dipingono i trentenni italiani come noiosi ragazzotti mammoni, incapaci di arrangiarsi, e impauriti del futuro. Stefano Amato offre una fredda descrizione delle generazioni, e dei generi, senza mai cadere nell’ovvio, mi ha ricordato Efraim Medina Reyes, per realismo e per la capacità di rendere narrativa la quotidianità di molti.

Santo è un ragazzo di Siracusa, da 5 anni svolge la mansione di apprendista libraio in una piccola libreria del centro, senza ferie, senza malattia, senza tredicesima e senza quattordicesima, gli straordinari gli vengono pagati, di meno, probabilmente perché sono eccezionali per davvero. L’apprendista libraio Santo sostiene di amare una vita senza problemi e affanni, di non volersi torturare sui quesiti del domani, e di analizzare solo il qui e ora, eppure al lettore non sfugge un sottofondo di sarcasmo, triste sarcasmo. Santo si innamora, e come tutti soffre, ha paura della malattia, e ama fare sesso. Un ragazzo normalissimo, che ama divertirsi, non desidera “mettere la testa a posto”, va al mare, suona la chitarra, assolutamente nulla di così drammatico o fuori posto. Se non fosse che Santo analizza se stesso con un cinismo spietato, il suo lavoro, i suoi clienti, e anche i suoi amori, dai vestiti alla sensazione di noia, fino a sfiorare un misto di depressione sconfitta che lo conquista durante le calde sere estive :

Era estate e la libreria cominciò a riempirsi di turisti. Una marea di gente che proveniva da tutto il mondo. La maggior parte voleva usare internet, oppure chiedeva se avevamo libri illustrati sulla Sicilia; libroni massicci, pieni di foto, che si sarebbero dovuti portare in aereo pagando il bagaglio extra per il gusto di mostrarli agli amici e darsi delle arie. Alcuni compravano Il gattopardo o i libri di Pirandello perché pensavano fosse fico leggersi un romanzo negli stessi posti in cui è ambientato. Magari lo era, ma da dietro il bancone di una libreria sembrava solo stupido.”

L’apprendista libraio – il romanzo

Stefano Amato

Euro 2,99

Il quaderno di Maya di Isabel Allende

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Ognuno di noi meriterebbe un “suo Popo” per affrontare i dolori della vita, perché altrimenti risalire, o semplicemente galleggiare, è davvero difficile. Torno a scoprire con gioia le parole di Isabel Allende, probabilmente i suoi lavori proposti dopo la morte della figlia erano troppo intrisi di sofferenza per me, ma Il quaderno di Maya mi ha conquistata, perché capace di descrivere l’adolescenza più feroce con occhi colmi di comprensione, e un pizzico di favola, che non guasta mai.

Maya è una ragazzina, di merda aggiunge la nonna Nini, figlia di un padre che sta sempre sulle nuvole, fa il pilota, e di una principessa della Lapponia, ruolo di fantasia dato a una donna sparita dopo averla messa al mondo, nonostante la sensazione di essere orfana, Maya cresce un’infanzia dignitosa, amata dai nonni, Nini e Popo, Popo nonno di fatto non di sangue, non le manca nulla, anche se a volte il mestolo di legno della nonna fa male.

E’ la morte del suo Popo a mandare in fumo ogni briciola di buon senso, la ragazzina viene catapultata in un mondo troppo adulto per lei, un mondo nascosto nel fango della droga, armi, sesso, criminalità. Dopo una serie di disavventure notevoli, in fuga da tutto e da tutti, Maya cerca di ritrovare se stessa  su una delle isole dell’arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile.

La storia probabilmente non merita un premio per originalità, il dramma dell’adolescenza, la mancanza di affetti, le droghe, la convinzione di essere più forti di altri, il luogo sperduto ma colmo di umanità capace di far redimere anche il peggiore dei diavoli, eppure Isabel Allende riesce a dare quel tratto caratteristico ad ogni personaggio, capace di far sorridere e piangere perché travolti da una storia umana.

Tra i tanti personaggi spicca su tutti Popo, il gigante nero, nonno di fatto della piccola Maya, capace di far innamorare chiunque di lui, anche il lettore più distaccato:

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Questa storia non mi piace di Anna Frosali

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Questa storia non mi piace di Anna Frosali, edita Abel Books, è un giallo classico, di quelli vecchio stampo, di quelli che preferisco. L’autrice dimostra una perfetta padronanza del genere, il suo stile spigliato, dal ritmo veloce, riesce a trascinare il lettore fino alla fine in un balletto mai noioso. La storia non è originalissima, anche se non mancano i colpi di scena, ma l’accuratezza con cui vengono descritti i personaggi, paure e incomprensioni, assieme alle scoccate fredde e decise verso le indifferenze della società moderna, danno vita a una storia piacevole, realistica nella sua furia omicida.

Ogni giallo che si rispetti ha un morto, un commissario, un paio di poliziotti, magari un uomo e una donna, la seconda possibilmente carina, molto carina,  una serie di sospettati e il colpevole; solo che a volte il colpevole non è poi così colpevole, le storie non sono così lineari come si vorrebbe, e alla fine ci si ritrova a giustificare l’assassino, capiamo il commissario, soffriamo assieme a lui, e vorremmo scappare anche noi dalllo schifo quotidiano.

Tra la narrazione veloce del romanzo, e l’abilità della scrittrice nel portare il lettore verso la soluzione, colpisce la fragilità del protagonista, il commissario Bertoli, il buono, impaurito dalla malattia, sua ma non solo, e dalla solitudine, capace di vedere oltre ogni schema e contemporaneamente di farsi da parte se necessario. Un personaggio complesso, mai scontato, capace di andare oltre gli stereotipi del super poliziotto perché umano fino al midollo, troppo umano per fare il poliziotto.

“Ma come cavolo si fa a raccontare il ritrovamento di un cadavere esordendo con niente? Adesso è di moda cominciare a parlare di qualcosa di importante, a volte tragico, esordendo con niente. È diventata una mania collettiva.
Siamo nell’epoca del niente, si disse Bertoli.

Questa storia non mi piace

Anna Frosali

Edito Abel Books