Monthly Archives: August 2012

Anita Blake, la cattivissima sterminatrice di mostri firmata Laurell K. Hamilton

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Le saghe vampiresche superano di molto le trilogie tanto amate dai lettori del genere fantasy, vedi il ciclo infinito di Sookie Stackhouse, probabilmente la fantasia di questi autori, anche se dovrei definirle autrici perché a spanne pare che le donne si divertano maggiormente a narrare storie dal risvolto sanguinolento, non accetta limiti. O, realisticamente parlando, le storie e i personaggi che funzionano, soprattutto a livello economico, necessitano di maggiore attenzione e tempi lunghi.

Tra le più amate eroine del genere vampiro e lupo mannaro, troviamo sicuramente ai primissimi posti Anita Blake creata dalla scrittrice Laurell K. Hamilton. Anita è una ragazza di ventisei anni, bassetta, un metro e sessanta circa, tonda nei punti giusti, negromante e sterminatrice di mostri, con tanto di licenza; contemporaneamente Anita è amante di un vampiro e di un lupo mannaro, più un paio di altre strane creature. Mica stupidaggini.

La saga di Anita Blake è un interessante mix tra horror, fantasy e eros,  qualche tratto in comune con la serie dedicata alla bionda Sookie è innegabile, ma lo stile narrativo si discosta totalmente, a mio avviso maggiormente crudo e duro nel caso di Anita, oltre a descrivere dettagliatamente torture e disastri vari l’autrice non si fa distrarre da orge più o meno esplicite grazie ai particolari poteri della protagonista.

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Doroteo, il limone senza neo di Federica Arfé

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Doroteo, il limone senza neo di Federica Arfé, Homo Scrivens edizioni, è un concentrato di simpatia, adatto sia per i più piccoli, che per i grandi sognatori. Il romanzo si presenta come una lunga favola, ricca di morali e contro morali, capace di strappare sorrisi e contemporaneamente di accendere quel lume della riflessione su concetti tanto usati, ma spesso superficialmente esposti, come l’amicizia, la famiglia e l’amore. Una favola con protagonista invece della classica Cenerentola un limone di Amalfi, un limone pallido,  che odia il sole, odia la tintarella, un limone, appunto, senza neo.

Doroteo aveva un’indole pacata e riflessiva, dolce e trasognata, intrepida solo in alcuni angoli, impercettibili per chi si sforza di guardare esclusivamente con gli occhi.
Nella sua famiglia dovevi dimostrarti gagliardo fuori e dentro, altrimenti potevi considerarti “out”, mentre tutti erano “in”. Suo padre, Soleandro Mac Color, per esempio, lo era diventato, gagliardo, e si era convinto che quello fosse l’unico modo di essere un limone.

Federica Arfé riesce con estrema bravura a creare un mondo di limoni, con tanto di albero genealogico, amori passati, presenti e futuri, e soprattutto colmo di difetti e paure volutamente e perfettamente simili agli ostacoli umani. Trasportando ogni stereotipo, sentimento e paure dal bambino al limone, l’autrice crea un romanzo frizzante, notevole data la quantità di pagine, mai scontato. E così, accanto al piccolo limone protagonista, Doroteo, scopriamo tantissimi personaggi, limoni e non,  abbiamo il super papà di Doroteo, Soleandro Mac Color, proprietario del solarium “Prendi il sole e scappa”, unico difetto una elle distinta al posto delle erre roventi.

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Maledetta Cina, di Paolo Rumiz. Recensione

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Maledetta Cina, di Paolo Rumiz è un viaggio insolito, colori, profumi e nuovi stereotipi si sostituiscono ai noti cliché del grande continente orientale, la Grande Muraglia diventa un souvenir da riconsegnare, possibilmente in buono stato, per il successivo restauro, lo smog regna sovrano, e le persone sembrano formiche impazzite. Eppure lo sguardo impietoso di Paolo Rumiz sembra svelare antiche meraviglie, nonostante la corsa verso l’emulazione dell’occidente, nel bene e nel male.

Paolo Rumiz si concede pochi giorni di vacanza per andare a trovare suo figlio a Pechino per lavoro, mentre l’altro figlio parte verso l’Africa, unica garanzia un piccolo diario dove annota pensieri e considerazioni. Soffocato dallo smog e spaventato dalla grandezza della Città Proibita, Rumiz ci regala spaccati nuovi, una Cina a tratti incantevole, quasi inconsapevole della sua anima antica, per poi scivolare nel terrore della metropoli, caotica, sporca e intrattabile.

È giusto, mi chiedo, che le masse consumino l’ultimo stupro e svelino anche questo mistero? Dentro, mi hanno detto, la municipalità ha installato in nome del popolo orridi campi di basket all’aperto con erba artificiale. Per un attimo ho la sensazione netta che questa estrema dissacrazione possa togliere al cielo gli ultimi pilastri di sostegno e far crollare la Cina intera.

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La vita in sintesi. Aforismi di Fiorella Carcereri

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La Vita in sintesi. Aforismi di Fiorella Carcereri , Libro Aperto Edizioni , è un libro da sorseggiare con estrema calma, senza ordine cronologico, prendi, apri, leggi, chiudi, pensi.

Gli aforismi proposti dall’autrice desiderano catturare l’attenzione del lettore su macro concetti da sempre parte integrante della vita dell’uomo, amore, amicizia, felicità, fantasia, concentrando in poche ricercate parole pensieri capaci di iniziare una logica personale, per nulla scontata, concetti a tratti profondi fino a irrompere in un sottofondo maggiormente leggero, quasi ironico.

Fammi sentire che ci sei senza darmi l’impressione di esserci. Perché ho bisogno di te nella stessa misura in cui ho bisogno della mia solitudine.

 

Non esistono ricette generalizzate per la felicità. Ognuno è cuoco creativo di se stesso.

 

Guardare vecchie foto è il modo più masochistico per trascorrere il tempo.

 

Gli aforismi di Fiorella Carcereri funzionano perché si rivolgono all’uomo, alle sue debolezze e forze, aspettative, sogni e bisogni. Senza fronzoli, sensazioni consapevoli, capaci di descrivere aspetti piacevoli e amari della vita.

Riflessioni sulle relazioni di coppia, sulle sofferenze e debolezze, ma anche parole colme di felicità e amore.

Titolo: La Vita in sintesi. Aforismi

Autore: Fiorella Carcereri

Editore: Libro Aperto Edizioni

Anno: 2012

Prezzo: Euro 3,99

 

Morire dal ridere di Antonietta Maria Usardi. Recensione

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Viviamo in un mondo confezionato dal marketing e dal business, un mondo dove si nasce e si muore, un mondo dove, da sempre,  c’è chi decide di porre fine alla sua vita. Ebbene, immaginate se un giorno in questo mondo il suicidio diventasse una scelta come un altra, un settore del commercio, con le sue proposte e le sue preferenze. Se riuscite a immaginarvi questo allora il favoloso negozio ideato da Antonietta Maria Usardi in Morire dal ridere ha un senso, la semplice risposta a un bisogno.

Una volta e per sempre” è un piccolo negozio situato nella Chinatown milanese, gestito da due coniugi, Amelia e Vincent,  e dai loro due figli, Sylvia e Ernest, gli articoli in vendita variano dal veleno, alla corda, alle pistole, fino alle più complicate spade giapponesi e coltelli di ogni forma e provenienza. Il bisogno è la morte, l’omicidio no, brutta cosa l’omicidio. I due gentili sposini “semplicemente” aiutano i loro clienti a scegliere il mezzo per porre fine alla loro vita. Una fine dignitosa, dato che la vita non pare averli soddisfatti.

Amelia e Vincent si presentano come una moderna famiglia Adams, atmosfera cupa, idee strampalate sulla vita, niente risate, niente divertimento, e i loro figli oscillano tra il depresso e il psicopatico, ma senza fare troppo rumore. La famiglia così composta subisce un incredibile shock quando compare nella loro vita Robespierre:

Il bambino, cinque anni compiuti il primo aprile, porta  in dote, come unico bagaglio, una valigia di velluto nero da cui sbuca un indecoroso pigiama giallo canarino, una borsa piena di libri da colorare, una lettera  per gli zii, che da quel momento in poi saranno i suoi  tutori legali fino alla maggiore età, una chioma arruffata di riccioli color carota dalla sfumatura impresentabile e un sorriso così beato stampato sulla faccia  che nemmeno il Signore Iddio l’ultimo giorno della creazione.

Robespierre è un bambino solare, ottimista, ama ridere, giocare e certo non capisce l’attaccamento morboso degli zii nei confronti della morte. Robespierre non capisce la morte.

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Le case degli altri, di Jodi Picoult. Recensione

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Le case degli altri, di Jodi Picoult è un concentrato di sentimenti e di nozioni sulla sindrome di Asperger, dipinti, per l’occasione, di giallo, quel che basta per fornire una base di conoscenza su una malattia così spesso enfatizzata da Hollywood, senza annoiare, grazie a un morto ammazzato, sempre presente. La caratteristica principale del romanzo è sottolineata dai diversi punti di vista della narrazione, Jacob è un ragazzo di diciotto anni, molto intelligente, con una memoria fotografica sconvolgente, ma incapace di comunicare con gli altri e socializzare; Emma, mamma di Jacob, abbandonata dal marito dopo la nascita del secondo figlio “sano”, è una mamma eroina, con i suoi momenti di debolezza, i suoi dubbi e le sue paure; Theo, fratello minore di Jacob, deve fare sempre il fratello maggiore, fin da piccolo infatti ha imparato a badare a Jacob, a riconoscere e prevenire le crisi, a rinunciare alla giovinezza, a convivere con la sindrome di Asperger, Theo è umano pur odiando la malattia del fratello, e immaginando scenari macabri di tanto in tanto,  è un adolescente come tanti, ma la sua adolescenza, le sue crisi sono poca cosa di fronte alle esigenze di Jacob; Oliver, è l’avvocato, troppo giovane, troppo bello, forse il personaggio meno reale, uscito da un film, da una speranza ; Rich, il poliziotto, né buono, né cattivo, semplicemente sbirro.

La storia nel suo insieme è semplice, anche il giallo in realtà al lettore da sempre interessato agli intrighi polizieschi, non apparirà poi così complicato, sono le voci narranti a rendere il tutto interessante, i diversi punti di vista che accavallando la narrazione riescono a dare una linea temporale coerente, fornendo non solo elementi utili a capire la storia ma soprattutto emozioni che aiutano a comprendere ogni singolo protagonista.

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Il sogno di Caravaggio di Rossella Montecchi, una gradevole pennellata

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Il sogno di Caravaggio di Rossella Montecchi, Giovane Holden Edizioni, è un piacevole viaggio, una sorta di capriola fantastica tra le meraviglie degli inizi del ‘600 italiano. Se ricostruire la vita di un celebre artista come Michelangelo Merisi da Caravaggio rappresenta già di per sé un’impresa, inventarsi un anno intero, dando spessore ad ogni incontro, amicizia e opera, è il risultato, a mio avviso, di una capacità incredibile di narrazione unita a una conoscenza profonda della materia.

L’autrice, infatti, non propone la biografia conosciuta del Caravaggio ma immagina un ulteriore anno di vita, riuscendo a creare un romanzo articolato e dettagliato, capace di risvegliare immagini ricche di particolari e, aspetto davvero notevole, dando vita a nuove opere, mai esistite, descrivendole in maniera talmente perfetta da renderle reali.

Il sogno di Caravaggio è un esperimento riuscito, trovato in fin di vita da una candida fanciulla, Lucia, il Caravaggio non solo riesce a sopravvivere alla sua morte certificata, il 18 luglio 1610, ma grazie alle cure della ragazza guarisce, nonostante le numerose ricadute successive, dall’incubo della malaria. Il nuovo pittore mosso dalla gratitudine addotta Lucia, e assieme a lei torna a Roma dove grazie alle vecchie amicizie, e consolidati nemici, continua la sua incredibile carriera artistica, lasciando ombre e contrasti per avvicinarsi con dolcezza a ritratti, paesaggi, nature morte, fino alla più elevata conclusione, affreschi e tele per una chiesa dedicata alla Madonna delle Nevi.

Un libro che suggerisco soprattutto a chi ama l’arte, quell’arte che ha fatto dell’Italia unica meraviglia del mondo, quell’arte che distingue il bel paese e che troppo spesso dimentichiamo. Lo consiglio, inoltre, perché le opere descritte non esistono, ma immaginarsele è semplicemente un piacere.

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La regina della casa di Sophie Kinsella, le casalinghe possono insorgere

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Se da un lato lo stress del lavoratore del primo mondo, scandito da impegni, telefoni, riunioni e responsabilità, vere o presunte, è innegabile, ritengo che La regina della casa di Sophie Kinsella sia a rischio rivoluzione, agitazioni dovute e ripetute potrebbero infatti iniziare da tutte le casalinghe e le governanti del pianeta terra.

In sintesi, Samantha Sweeting è un avvocato di Londra, lavoratrice instancabile a un passo dal sogno, sta per diventare socio dello studio legale dove lavora, ma il giorno della nomina viene licenziata per un errore. La giovane stacanovista fugge in preda al panico, e trova rifugio al servizio di una coppia di ricchi borghesi, stereotipati in maniera quasi divertente.

Da avvocato a governante in meno di una settimana, Samantha pur avendo un QI elevatissimo non ha mai stirato, lavato o cucinato in vita sua, eppure riesce a spiccare anche nell’economia domestica, impara addirittura a cucinare in pochi giorni, e, ovviamente, si innamora del giardiniere.

Pur apprezzando lo stile sempre impeccabile e fresco dell’autrice, La regina della casa è, a mio avviso, a rischio rivoluzione. Imparare a governare una casa, affrontare con successo l’alta cucina, pulire i bagni, stirare, lavare, e preparare stuzzichini, il tutto per dei datori di lavoro a tratti democratici, altri capaci di dar filo da torcere al peggiore dittatore, in un paio di settimane, è surreale. Indipendentemente dall’intelligenza, la famosa pratica subisce un duro colpo. Non solo, ritenere che il lavoro casalingo sia meno faticoso e stressante dell’affarista o avvocato è una certezza vacillante, personalmente andrei a chiederlo alle dirette interessate prima di sparare giudizi.

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