Monthly Archives: December 2015

Toglimi le mani di dosso, di Olga Ricci

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toglimi mani

toglimi maniPoco importa se Olga Ricci sia uno pseudonimo o un nome vero, quello che a me, come lettrice e donna, interessa è avere l’assoluta certezza che la sua storia è reale. Certezza che ho, perché ho visto e vissuto esperienze simili, perché ne conosco, ne ho sentito parlare. Per questo sono assolutamente convinta che fino a quando non inizieremo ad indignarci seriamente, ad alzarci ed andarcene, ad urlare tutta la nostra rabbia, noi donne e uomini, non cambierà nulla.

Toglimi le mani di dosso, di Olga Ricci, è un urlo straziante, continuo, di dolore. Il lamento di una donna, che ha cercato di autoconvincersi che andava bene così, che quella era l’unica strada possibile per avere un contratto, che è normale, che “poverino” fa solo il simpatico. Ma, alla fine, ha ceduto all’evidenza e ha ceduto nel peggiori dei modi, ha subito un disincanto totale. In realtà sapeva benissimo cosa stava accadendo, anche se in Italia mancano le parole giuste, ogni donna è perfettamente consapevole che subire carezze, frasi volgari, poco velate avance, cene e contro cene, esplicite richieste, nel luogo di lavoro, luogo che ti vede come forza lavoro inferiore rispetto al grande capo, ogni donna sa che è sbagliato. Eppure spesso tace. Accetta. Oppure scappa.

Se chiedi aiuto ti rispondono che insomma, non è poi così grave, che tutto sommato non ti è successo nulla, che potevi dire no prima e tutto si risolveva.

La donna tace, e anche la donna anziana collega tace, e anche l’uomo, altro collega, tace. A volte si arrabbiano convinti che la dai via per ottenere di più

Ma nessuno si indigna, nessuno prende le difese, nessuno urla.

E così, alla fine stai zitta, e quando anche lo psicologo ti risponde che tutto sommato non ti stai comportando come una donna che ha subito violenza, decidi di dimenticare. O almeno ci provi.

Ma Olga no, Olga ha scritto un blog, oggi un libro, e ha scoperto che sono tante, tantissime, le donne che hanno qualcosa da raccontare. Che vogliono semplicemente lavorare, vivere la loro vita, senza ricatti e sensi di colpa.

Io vorrei che iniziassimo a indignarci tutti, uomini e donne, uomini perché sono convinta che i bravi uomini siano molti, e soprattutto si rendono conto di ogni violenza e sopruso, ma preferiscono voltarsi dall’altra parte; donne, perché anche loro preferiscono non vedere, non commentare, farsi gli affari loro, così nessuno può interferire con la loro normale quotidianità.

A tutti voi, che non potete scegliere il silenzio perché siete persone oneste, consiglio la lettura di questo libro. Leggete, e iniziate ad indignarvi, ad urlare assieme ad Olga, assieme a me.

Olga oggi ha lasciato il lavoro, il Porco, ed è una freelance

Potete seguire il suo blog Ilporcoallavoro.com

Toglimi le mani di dosso, Olga Ricci, 2015, Chiarelettere, Euro 13,00

L’ora di lezione di Massimo Recalcati. Recensione di una vite storta

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ora

oraSono sempre stata una vite storta. La differenza è che oggi, dopo aver letto L’ora di lezione, di Massimo Recalcati, ne vado fiera. Ritengo incredibile come Recalcati riesca a concentrare in poche pagine degli assunti così complessi, capaci di viaggiare nel tempo per riportare il lettore a confrontarsi col presente, senza lasciare nulla al caso e stimolando la mente e la memoria.

Insegnare è uno dei mestieri più difficili al mondo, e non lo scrivo per sentito dire, ma perché ho insegnato (ebbene sì ho fatto anche quello) e sono figlia di insegnanti. Eppure ne L’ora di lezione Massimo Recalcati riesce a concentrare la giusta dose di rispetto verso questa complicata professione unendola a critiche anche poco velate; e durante la lettura la mente viaggia, torna nel suo passato per far riaffiorare ricordi di quando era allieva, le battaglie, speranza, passioni, per poi decidere che tutto sommato il suo essere storta è un vanto, una difficoltà, certo, in una società che ci vuole in riga sui binari, ma pur sempre un vanto.

Io ad esempio, ho ricordato con estremo divertimento quando i miei genitori sono stati chiamati con seria presa di posizione dagli insegnanti (credo delle medie) perché…. facevo troppe domande!!!

Recalcati loda la passione per il sapere, e pone il quesito: insegnare è trasmettere il sapere o stimolare la singola curiosità e dare gli strumenti per raggiungerlo? Probabilmente io ero “troppo” appassionata, testarda, e alzare la mano per fare domande lo ritenevo un mio diritto assoluto, eppure questo mio essere nei confronti della cultura non mi ha abbandonata negli anni. Ho litigato (anche all’esame di maturità), discusso, mi sono fatta sedurre dal sapere, e a mia volta ho sedotto, ed ero assolutamente consapevole di questo.

Insegnare non è forse provare a circoscrivere questo vuoto, a dire l’ineffabile, a tradurre i matemi trasmissibili universalmente il patema singolare della nostra vita? Con la consapevolezza, però, che non si potrà mai dire tutto.

L’ora di lezione è un concentrato di passione, cultura e pensieri, certo, a volte Recalcati sembra provare nostalgia verso L’attimo fuggente, e tra le righe il Oh capitano, oh mio capitano, risuona inesorabile. Eppure, pur dimostrando un estremo rispetto verso la professione dell’insegnante, critica in maniera costruttiva il sistema scolastico moderno. Quel sistema che pretende un esercito di dottori preparati ma non stimola i loro limiti, lo stesso sistema che preferisce il sapere imparato a memoria a quello che ci porta a comprendere altre verità e che appassiona e cerca nuovi confini.

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Il pranzo della domenica, progetto relazionale di Settima Onda

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domenica

domenicaIn questo periodo… tra master chef, food blogger, programmi di cucina in ogni canale, la signora Maria che diventa la cuoca del momento, il blog più seguito d’Italia che sviolina ricette a tutta andare; diete e contro diete, stili di vita e assolutismi, tutti che parlano di tutto, e quando c’è di mezzo il cibo noi Italiani siamo sempre i primi della fila; e ancora ragazzini che vengono distratti con il tablet, adulti che non spengono mail il cellulare… Ebbene, in questo periodo così caotico, abbiamo bisogno di un momento di silenzio, abbiamo la necessità di ritrovare quel momento, quella gioia di stare semplicemente assieme, di ritrovarsi e chiedersi “come stai?” senza troppe ricette, consigli, intrattenimenti. Io ne sono fermamente convinta, tanto che questo libro, anzi no lo definiamo progetto fin da subito, ha catturato la mia totale attenzione.

Il pranzo della domenica (a tavola si sta seduti), è un progetto relazionale, e già qui a mio avviso ha vinto: relazionale. Oggi, con tutto questo relazionarsi via web questi signori, geniali, ci presentano un volume interamente dedicato all’importanza colloquiale del pranzo della domenica. Lo stare assieme, chiacchierare, condividere pensieri e riflessioni. L’amarsi, e anche l’odiarsi (siamo sinceri, è molto difficile trovare famiglie sempre serene, ma alla fine anche le liti fanno parte dello stare assieme).

Anima del progetto è la signora Aurora di Mauro, sua l’idea di viaggiare tramite i ricordi dei suoi ospiti, per sentire i rumori, i suoni della tavola. Per rivivere quel momento prolungato, senza fretta, ma con la sola aspettativa di passare del piacevole tempo assieme ad altre persone.

Sei cultori della cucina, sei pranzi, quarantadue invitati, quattordici racconti, e due fotografi, Caterina Santinello e Franco Tanel, che hanno reso questo libro decisamente più interessante grazie alle tante immagini; foto e parole sembrano voler riprodurre quei suoni lontani, quelle sensazioni, come a volerci provocare per verificare se anche noi, lettori, siamo capaci oggi di fare altrettanto.

Menù, sensazioni, immagini, sguardi, attenzioni, racconti, storie e suggestioni.

Un libro diverso, fatto di sensazioni e immagini, provocatore, e capace di stimolare creatività e volontà.

Un esperimento davvero incredibile.

Spero di avervi convinto, perché se amate il cibo, ma soprattutto siete ancora convinti dell’importanza sociale dello stare assieme durante un pranzo, allora questo è l’esperimento che fa per voi.

Il pranzo della domenica (A avola si sta seduti), Settima Onda, edizioni inEdibus, 2015, Euro 15,00

 

L’amante giapponese, di Isabel Allende

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allendeNota per le sue incredibili storie familiari Isabel Allende corteggia i suoi lettori presentando un libro dai sapori nostalgici. Pur rimanendo fedele al suo stile, i suoi romanzi assomigliano a un quadro, dove le pennellate si fondono e catturano presente e passato riuscendo a incuriosire e portando sempre quel vento di stranezza che tanto amiamo, ne L’amante giapponese qualcosa non funziona.

La vecchiaia si presenta inesorabile, e con lei i ricordi, la famiglia, le occasioni mancate e le paure, ma la sensazione è quel troppo, troppa sfiga, scusate il francesismo; ma se da un lato scopriamo i campi di concentramento americani per i giapponesi, dopo l’attacco a Pearl Harbor, le grande battaglie di quell’epoca vengono appena sfiorate: omosessualità, AIDS, differenze di classe, razzismo.

Alma è un’anziana signora, la sua ricchezza le ha permesso una vita agiata dedicata all’arte e allo studio, incapace di grandi battaglie e consapevole di non avere il coraggio di rinunciare al suo benessere, la donna racconta, tramite le ricerche del nipote e della giovane badante Irina, la sua vita, e soprattutto il suo grande amore Ichimei.

In realtà solo le sue paure le hanno impedito di vivere l’amore per il giovane giapponese alla luce del sole, perché non ha mai avuto il coraggio di svelare al mondo questa passione. Irina, altra protagonista del romanzo, è una giovane donna terrorizzata dal mondo.

A mio parere, il personaggio di Irina davvero non funziona, troppo tragico, troppo contorto, troppo fortunato alla fine del romanzo. Insomma, troppo fiabesco, inoltre nel romanzo mancano quei momenti new age , dove fantasmi, carte e incontri spirituali diventano colonne portanti delle storie dell’Allende.

Infine, i dialoghi. Chi conosce i romanzi dell’Allende sa bene che spesso i dialoghi sono assenti, le storie vengono narrate in maniera fluida senza dare spazio a chiacchiere. L’amante giapponese, invece, presenta dei dialoghi talmente legnosi da apparire artificiosi e non fanno onore al talento dell’autrice.

Se amate follemente l’Allende potreste rimanere delusi, perché questo romanzo non è allo stesso livello dei suoi grandi lavori del passato.

L’amate giapponese, Isabel Allende, 2015, Feltrinelli, Euro 18,00

Io aspetto, di Davide Calì e Serge Bloch

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io aspettoAlcuni Albi Illustrati a mio avviso rischiano di venire catalogati come poesia, rischiano perché se così fosse faticheremo a trovarli, ma per fortuna ci sono persone che non perdono occasioni, che amano rischiare, che nonostante tutto, ancora ci credono. Tanto, da riproporre dopo 10 anni una meraviglia: Io aspetto, di Davide CalìSerge Bloch.

Io aspetto non è un semplice libro per bambini, credo si merita il titolo di libro per tutti, e oltre alla morale, che ovviamente c’è … è per bambini, cattura da subito per progetto e idea, talmente diverso da quello che siamo abituati da renderci impossibile la semplice azione di andare oltre.

Già la forma, così stretta, allungata, così identica a una busta da lettere, piace, e piace tanto. Una lettera quindi, destinata a un bambino. Un bambino decisamente intelligente e sveglio, perché questo bambino sa aspettare:

 Io aspetto … di crescere, … il bacio della buonanotte, … che il dolce sia pronto

117 parole e 25 illustrazioni usate in maniera incredibile per raccontare le attese della vita.

Ci racconta la casa editrice Kite edizioni

Aspetto, e inizio a farlo da bambino, continuo da ragazzo, da giovane uomo, da innamorato, da padre, da marito, da nonno, con la stessa trepidazione, inquietudine, gioia,  curiosità, preoccupazione, ineluttabilità, cercando di capire e accettando di non essere capito, nel mutare degli anni. Aspetto, che a poco poco il mio essere al mondo mi si riveli nella sua interezza.
Nella compiutezza del susseguirsi dei giorni di un straordinario quotidiano.

Poche parole, e pochi disegni per spiegare il tempo, l’attesa, il momento, le emozioni, i ricordi.

Il tutto collegato da un filo rosso, un semplice, indefinibile, esplosivo filo rosso.

Un capolavoro. Altro non posso aggiungere.

Io aspetto, Davide Calì e Serge Bloch, Kite edizioni, Euro 15,00