La via del silenzio, di Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato

La via del silenzioPochi giorni fa seguivo una diretta su Facebook, si parlava di libri, soprattutto della difficoltà di pubblicare in Italia, e dei generi letterari più difficili da proporre. L’esito è stato lapidario: i thriller italiani non vanno. Mentre ascoltavo pensavo che era vero, nonostante le buone intenzione i thriller con firma italiana difficilmente conquistano. Ebbene, appena formulato il pensiero mi è stato chiesto di recensire “La via del silenzio“, di Salvatore Lecce e Cataldo Cazzato, goWare  edizioni, e come nelle migliori tradizioni mi sono dovuta ricredere.  Non solo “La via del silenzio” ha una trama degna dei migliori thriller americani, ma soprattutto è, e questo è per me il fattore più importante, ben scritto, curato in ogni dettaglio, capace di catturare l’attenzione del lettore e trascinarlo nei vicoli bui del male, senza mai perdere il filo narrativo, senza scivolare nel già letto o già visto al cinema.

Ambientato a San  Francisco gli autori non fanno mistero della volontà di donare alla narrazione uno stile americano, eppure questo non toglie nulla alla trama anzi; Il capitano Jeffrey Coleman , uomo complesso e personaggio assolutamente credibile, indaga sulla morte raccapricciante di un’adolescente ritrovata sgozzata, con la lingua tagliata e le labbra cucite con del filo da sutura.

Coleman teneva appoggiato il piede sull’acceleratore senza spingere, non aveva fretta di tornare a casa. Pur con lo sguardo vigile sul parabrezza, cercava di estraniarsi dalla realtà per restare da solo con se stesso, elaborare a mente fredda la situazione, cosa che invece gli riusciva difficile in ufficio, incalzato e messo sotto pressione da Preston. Coleman aveva eletto l’abitacolo della sua Chrysler come posto ideale dove poter pensare liberamente nel tentativo di individuare la logica del delitto, sempre ammesso che qualcosa di logico esistesse nel delitto di Amanda Weller. Non sarebbe stato facile come ogni volta, ma lui era Coleman e non poteva fallire.

Come ogni thriller che si rispetti il killer non si ferma a una vittima, ma prosegue a dar vita ad un disegno davvero aggrovigliato, eppure un filo conduttore appare con sempre maggiore forza, un filo folle e incredibile. Le vittime vengono tutte mutilate, ma non presentano alcun segno di violenza sessuale, e il movente appare sempre più chiaro anche se difficilmente accettabile.

I personaggi del romanzo sono tutti ben strutturati, come i dialoghi, mai scontati, rigidi o faziosi. Nell’insieme questa storia funziona, proprio perché presenta uno studio accurato di trama, luoghi, personaggi. Nulla viene lasciato al caso, alla fretta o all’inesperienza. Ogni dettaglio è presentato in assoluta armonia con il contesto, e anche il finale, che ovviamente non ho alcuna intenzione di svelare, riesce a far conciliare la spiegazione ad un ritmo narrativo in crescendo.

Mentre camminava, sentiva il fruscio dei rami degli alberi mossi dal vento. Sembrava che le stessero bisbigliando qualcosa all’orecchio, qualcosa che lei non riusciva a comprendere. Una fitta di paura si impossessò delle sue gambe, che si bloccarono all’improvviso. Fece un lungo respiro e proseguì sbucando su Bancroft Road. Una cascata di luce si riversò su di lei, restituendole un briciolo di tranquillità. Compieva quel percorso centinaia di volte, la sua casa distava soltanto un miglio dalla palestra. E ora era più vicina.

Per concludere, se amate i thriller non potete perdervi La via del silenzio, e sono certa che, come me, terminata la lettura vi ritroverete a ricredervi sul talento degli scrittori italiani impegnati in questo genere così complesso e colmo di aspettative.

 

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