L’informatore, di John Grisham

downloadJohn Grisham non delude mai, è un dato di fatto. Ovvio, devono piacere le sue storie asciutte, lo stile strigliato, narrativo e concreto, ma, se cercate un thriller con tutti i dettagli al loro posto e la giusta dose di suspense… i suoi romanzi catturano, sempre.

Non fa eccezione L’informatore, conciso, diretto, capace di narrare una storia complessa, articolata dai molti personaggi senza mai perdersi in inutili dettagli. Vero protagonista del suo ultimo romanzo la corruzione, quella che conquista anche le persone inizialmente per bene, quella che a furia di ricchezza e potere cambia e modifica intere comunità.

Un giudice corrotto, una comunità indiana alla deriva, mafia, e ovviamente i buoni, quelli che, nonostante il pericolo, vogliono scoprire la verità per fermare la macchina del male.

Certo, John Grisham  divide il mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, cattivissimi, ma a noi, comuni lettori, piace anche per questo.

L’informatore, John Grisham , Mondadori, 2016, Euro 22,00, ebook 9,00 Euro

9 giorni, di Gilly MacMillan

9-giorni_7932_9 giorni, di Gilly MacMillan, uno dei libri più angoscianti che mi sia capitato di leggere.

Scritto bene, ma (mi dispiace so che quando inizio con il fatidico ma…. son dolori) davvero poco thriller.

Due i protagonisti di questa vicenda, Rachel Jenner, madre di  Ben, Ben che è solo una povera e sfortunata comparsa di otto anni, e  James Clemo, ispettore detective. Due protagonisti, due voci narranti principali, due vicende umane differenti anche se legate alla stessa storia: la scomparsa di Ben.

Durante una passeggiata nel bosco Ben decide di precedere la mamma nel sentiero, pochi metri, pochi minuti. Da quel momento scompare.

Scritto bene, ripeto, perché i punti di vista, le paure e le difficoltà, la macchina dei media che riesce a far apparire colpevole una madre disperata, la polizia presente e coinvolta anche personalmente, sono ben descritti e funzionano. Ogni coprotagonista della storia, risulta abbastanza convincente.

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Red Notice – Scacco al Cremlino, di Browder Bill

rednoticeRed Notice – Scacco al Cremlino, di Browder Bill, è una di quelle letture che ti inchiodano al divano e non ti concedono respiro; ma, l’aspetto più inquietante del romanzo è che è tutto vero. Non solo, ammetto che più volte mi sono dovuta ripetere che no, non si trattava di un racconto storico, e no, non era l’ennesima “favola” di 007 e affini. No.

La storia di Browder Bill parte dai primi anni novanta ma si sviluppa in tutta la sua tragedia nel 2010. Sei anni fa. I nomi dei politici che incontriamo sono gli stessi della cronaca attuale, e questo dettaglio disturba. Inutile girarci attorno, siamo convinti che determinate torture fisiche e psichiche, si siano fermate al passato, alla guerra fredda, a periodi storici lontani dal nostro quotidiano. Ne siamo talmente convinti che Red Notice – Scacco al Cremlino rappresenta un brutto e brusco risveglio. Certo, leggiamo le notizie, conosciamo la storia della Russia, sappiamo benissimo che non è un paese facile e prendiamo le distanze da molte vicende che la raccontano. Ma sono comunque vicende lontane da noi. Non ci appartengono, le assimiliamo, certamente le condanniamo, ma fondamentalmente non cambiano la nostra quotidianità.

Il romanzo di Browder Bill, invece, ci costringe a vedere il mondo, quello di oggi, quello che dovrebbe essere moderno e civile, con altri occhi, ci costringere a prendere coscienza di realtà attuali atroci, impossibili da perdonare.

La storia di Browder Bill è particolare, dopo una giovinezza passata più a combattere la storia della sua famiglia che a capire cosa realmente vuole dalla vita, finalmente chiarisce ogni dubbio con se stesso e decide di dedicare vita e lavoro alla Russia, o meglio ai capitali della Russia.  Diventa così uno dei più famosi uomini d’affari e fa la sua fortuna dirigendo il più grande fondo di investimento dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Hermitage Capital Management.

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Solo per sempre tua, di Louise O’Neill

solo per sempreSii buona, Sii carina. Sii scelta.

Solo per sempre tua, di Louise O’Neill è oggi uno dei libri più citati, consigliati, venduti in Italia. Il romanzo si presenta come “dispotico per adolescenti”, ma non ha nulla a che vedere con i romanzi del genere che ultimamente affollano le librerie.

Punto primo: è originale, molto originale. In un ipotetico futuro l’umanità è stata quasi totalmente sterminata, sopravvivono in pochi e a stento, per garantire la sopravvivenza della razza umana alcuni uomini, maschi, hanno ben pensato di creare le donne in laboratorio giusto per non sbagliare. Ovviamente già che c’erano le hanno create perfette. Belle, sempre disponibili, attente alle esigenze del marito. Ogni erede, così si chiamano i figli maschi, le femmine vengono abortite, hanno a disposizione 3 eve. Ogni erede ne sceglie una, ma attenzione a quarant’anni le eve sono vecchie e vengono disattivate.

Le eve non scelte per diventare mogli diventano concubine, le altre caste (ovvero insegnanti/suore della scuola di eve).

Dalla nascita fino ai 17 anni le eve crescono chiuse in questa Scuola, dove imparano a essere perfette per l’uomo che le dovrà scegliere. Non imparano a scrivere o a leggere, ma solo a rifarsi il trucco a dimagrire, a vomitare, a migliorare.

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Il Cappotto della Macellaia, di Lilia Carlota Lorenzo

9788852073380-il-cappotto-della-macellaia_copertina_piatta_foLa Macellaia è in realtà la maestra di Palo Santo, paese argentino di sole 207 anime. Anime decisamente inquietanti, pettegole, meschine, vendicative. A ragion del vero bisogna sottolineare che ne Il Cappotto della Macellaia, di Lilia Carlota Lorenzo, sono le donne le anime più nere e contorte, gli uomini sembrano abbastanza succubi del loro potere, anche se causa diretta di tutti i mali.

Lilia Carlota Lorenzo presenta al mondo un romanzo che sembra una novella teatrale, io mi sono immaginata un’unica scena, simile al Teatro Olimpico del Palladio, dove le diverse abitazioni e personaggi si inseguono per dare vita a una vicenda surreale, a tratti improbabile eppure credibile.

Nato come self publish oggi Il cappotto della Macellaia viene pubblicato dalla Mondadori che a mio avviso ha visto lungo molto lungo, piacevole e ironico il romanzo ha un altro pregio: la sua autrice, un personaggio incredibile, un romanzo a sua volta.

Non sai mai come dire quando vai a far quello. Evacuare, sembra che invece di andare al cesso devi abbandonare la casa; andare di corpo, sa di esercizi marziali; defecare, poi… si sente la puzza solo a pronunciare la parola. Invece deporre era perfetto, fine, più che altro. Quindi suo marito per deporre andava in bagno appena alzato. Durante il giorno, se non pioveva, pisciava nel cortile. Se era a caccia e gli veniva la voglia, faceva tutto nei campi.

La vicenda è molto semplice: a Palo Santo tutti sanno tutto di tutti, ma a volte il sapere non da conoscenza e i segreti rischiano di causare morte e dolore. Così abbiamo la severa e insopportabile maestra, sposata con il buon Macellaio, la figlia cicciona e scorbutica, chiamata con amore Pagnottina; la sarta, suo figlio e il marito (cacciatore); la telefonista, la bella merciaia, la sorella stupida della merciaia, la sposa, lo sposo… e tanta bella gente che per sopravvivere alla noia si inventa davvero cose strambe. O forse, è l’autrice che sa raccontarci la quotidianità di un paesino come tanti? Leggete e scopritelo.

Il sabato e la domenica non si faceva portare la colazione a letto. Voleva dormire fino a quando non si svegliava da sola. Il piacere più grande, però, era risparmiarsi l’odiato muso di Reinoso per due giorni di fila. Pagnottina, alla faccia di suo padre, aveva passato una notte di fuoco; alla faccia di sua madre, si era sbafata mezzo chilo di paste ripiene di cioccolato che le aveva portato il suo spasimante. Dopo pranzo il signor Fernández passò di nuovo davanti al cortile della troia. Di nuovo la troia non c’era. Stranamente sbagliò tutti i tiri e non portò niente a casa. Il sabato pomeriggio e durante tutta la domenica, suo figlio Pepincito sarebbe stato più agitato del solito: la signorina Solimana non lavorava e poteva spuntare all’improvviso da qualsiasi parte. Il sabato pomeriggio, come tutti i sabati pomeriggio, Solimana andò dalla parrucchiera.

Il Cappotto della Macellaia, Lilia Carlota Lorenzo, Mondadori, 2016, Euro 4,99, eBook

Una famiglia quasi perfetta, di Jane Shemilt

51d0BZCKVuL._SX330_BO1204203200_-200x300Se siete madri ansiose vi sconsiglio vivamente questo romanzo Una famiglia quasi perfetta, di Jane Shemilt, potrebbe farvi raggiungere livelli di stress emotivo notevoli; e aggiungo se siete genitori lavoratori, che semplicemente fate il possibile, ma esserci sempre non è tra le cose che vi riescono meglio: evitate la lettura di questo romanzo.

Troppo categorica? Forse, ma certo è che di famiglie quasi perfette ne è pieno il mondo, ma questa è decisamente sfortunata. Due genitori molto impegnati, entrambi medici, tre figli, due gemelli e una quindicenne, per un totale di tre adolescenti. Una sparisce nel nulla, pur lanciando molti segnali mamma e papà non colgono le sfumature, e l’altro si droga.

Ma se una figlia che decide di sparire nel nulla lascia una scia di dolore incredibile, è anche vero che una madre che cerca di capire il perché può risultare a tratti insopportabile; senza offesa, ma se un domani mia figlia a quindici anni decide di fuggire con un uomo adulto, spacciatore, mentre è incinta di un altro, prima vado a riprenderla e poi, forse, cerco di capire il perché. Il padre traditore alla fine è il male minore in una casa dove tutti convivono ma nessuno si accorge dell’altro.

Una famiglia quasi perfetta non è un thriller nonostante l’acclamazione e le fascette, è un buon romanzo, può piacere o meno ma è ben scritto e anche la storia regge (il finale no, ma sono dettagli soggettivi). Non è un thriller dicevo e questo già potrebbe infastidire il lettore che si aspetta altro, non certo uno psico dramma famigliare. Ma, dopo questa premessa, ammetto di averlo letto volentieri, senza troppe pretese e senza cercare presunti assassini.

Una famiglia quasi perfetta, Jane Shemilt, Newton Compton 2015, traduzione D. Di Falco

L’isola dei silenzi, di Emily Bleeker

950a47_c11bf59f73cc4fbeb63285a6f10eead0Vi è mai capitato di terminare la lettura di un libro e chiedervi “Ma cosa diamine voleva trasmettere l’autore?”, perché  L’isola dei silenzi, di Emily Bleeker mi ha lasciato proprio questo eterno, ma non troppo, dubbio.

Scritto in maniera accettabile è la storia a non reggere, L’isola dei silenzi appare come un non senso assoluto. Una centrifuga di paure e pettegolezzi confezionata per l’occasione.

Un aereo cade, la casalinga perfetta, la suocera, il bello e il pilota (e l’hostess, ma porella muore subito) precipitano nell’oceano.

Fin qui, oramai siamo abituati a tutto causa L’isola dei famosi, sono i presunti segreti a spiazzare: se per due anni si dimenticano che esisti, e ti arrangi in un isola dimenticata da Dio, ha senso che il tuo principale cruccio, al ritorno, sia  mentire su come e cosa è stato fatto per sopravvivere? NO!

Chissenefrega se hai ucciso il tizio che ti stava violentando, o se la suocera è morta per un colpo in testa (causato dal tuo pc posizionato sopra la cappelliera e non sotto il sedile). Siete precipitati nel nulla!

E invece, i segreti mal custoditi rischiano di venire svelati a causa di una zelante giornalista…

Non lo consiglio, davvero troppo assurdo.

L’isola dei silenzi, Emily Bleeker,  Newton Compton  , 2015, eBook euro 2,99

 

La vita secondo Banana, il capolavoro di Wong PP

LavitasecondoEsce oggi per i tipi della Baldini&Castoldi il nuovo romanzo La vita secondo Banana, di  Wong PP. Ora, chi mi segue da tempo sa che raramente etichetto i libri con giudizi assoluti, buoni o brutti che siano. Sono del parere che ogni libro ha il suo lettore, quindi il mio particolare gusto può non incontrare quello di altri. Anche se cerco di sottolineare i punti a favore e negativi aggiungo sempre e comunque un secondo me, non per essere corretta fino alla nausea ma proprio per rispettare la mia opinione: è il libro che sceglie il lettore.

Ma, La vita secondo Banana sconvolge anche questa mia certezza: lo dovete leggere assolutamente, perché è semplicemente bello.

Dalla trama allo stile, ogni dettaglio è parte di un romanzo riuscito, uno di quelli che si divorano per empatia e per piacere.

Scritto in maniera impeccabile, il romanzo racconta la storia di una ragazzina di 12 anni, una ragazzina cinese ma nata in Inghilterra. Attraverso questa storia Wong PP sottolinea il razzismo e la cattiveria che si ferma alla forma degli occhi, la paura del diverso, e il terrore dell’incomprensione. Ma lo fa con quel velo di ironia che porta il lettore a capire, valutare e andare oltre la razza per amare la piccola Xing Li (la x si pronuncia come una s).

Se vuoi essere una vera cinese, DEVI essere brava in matematica. Se vuoi essere una finta cinese, tingiti i capelli di biondo e fatti chiamare Mary.

 

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Non cercarmi mai più, di Emma Chase

_non-cercarmi-mai-piu-1384839329Devo impormi di ripetere come un mantra “Mai dare retta ai commenti di giornalisti di GRANDI testate mondiali”.

Da ripetere all’infinito.

Certo, divertente e spassoso sono variabili soggettive, ma Non cercarmi mai più, di Emma Chase a mio avviso è la cosa più noiosa e ripetitiva che mi sia mai capitato di incrociare.

L’unico dettaglio carino del romanzo è il barattolo delle parolacce, probabilmente avremmo tanti piccoli baby ricchi se lo usassimo tutti come metodo educativo: dieci dollari a parolaccia da versare dentro al barattolo, e ovviamente gli adulti sganciano che è un piacere.

Descrizione del romanzo: Lui è un ricco uomo d’affari (ovvio che è ricco, non c’è nulla di sexy in un uomo normale che tenta di arrivare a fine mese), lei la nuova dell’azienda.

Lui, stronzo, donnaiolo, bravo nel suo lavoro, amato da mamma, papà, sorella, nipote e amici, è l’uomo che non deve chiedere mai.

Lei, bella, intelligente, prima della classe, ovviamente innamorata e fidanza da circa 10 anni, quindi assolutamente candida.

Lui si innamora di lei, scopano, lui fa arrabbiare lei, lei perdona lui, e tutti vissero felici e contenti. Tranne l’ex che poverino compare e scompare come un sasso destinato all’oblio.

In realtà non  è la mancanza di originalità della trama, filone non certo unico, piuttosto la bruttezza del romanzo a lasciare interdetti.

Però, bisogna ammetterlo, i commenti in rete sono entusiasti, quindi probabilmente manco di ironia, perché non mi ha fatto ridere e nemmeno divertire.

Fatemi sapere il vostro parere.

Le convalescenti, di Gazier Michèle

LeconvalescentiQuanto di quello che viviamo quotidianamente è reale? Quanto, invece, cela le nostre aspettative e paure? Le convalescenti, di Gazier Michèle, affronta un delicato argomento e lo fa in maniera, a mio avviso, sublime: l’incertezza del romanzo si fa accarezzare dalle ferite che ognuno di noi custodisce gelosamente, senza mai cadere nell’ovvietà ma sempre mantenendo l’equilibrio elegante della narrazione.

Tre protagoniste, tre donne diverse, non solo per età anagrafica ma anche, e soprattutto, per profondità del dolore unito a differenze sociali notevoli. Tre vite con in comune un solo tassello: tutte e tre stanno trascorrendo un periodo di convalescenza in un paese sperduto della Francia; tutte hanno bisogno di staccare dalla vita reale e necessitano di un momento di rifugio. Tutte, hanno bisogno di prendere le distanze dalla realtà per poterla affrontare.

Lise è un’insegnante, 30 anni, un figlio piccolo, un marito che potrebbe essere il meglio ma che obiettivamente sembra rivelarsi una scelta come tante (un po’ come il colore della tinteggiatura del soggiorno): Lise fa un incidente in auto, secondo i medici ha tentato il suicidio.

Oriane è una giovane donna, è ricca, viziata e anoressica. Vuole amore, lo brama come unica possibilità di sopravvivenza, ma non un amore giovane e instabile, lei cerca un amore maturo, paterno. Oriane, nonostante la giovane età e il passato che la rincorre, non fa pena, nemmeno rabbia, non ha scatenato il mio istinto materno e nemmeno una briciola di rammarico: forse è proprio questa sensazione di inadeguato che lascia ad ogni pagina a farla risultare il personaggio meglio realizzato del romanzo.

Infine, Daisy. Daisy è una donna americana momentaneamente costretta ad usare la sedia a rotelle. Sopravvissuta, per sbaglio o per volontà non è chiaro, a un terribile incidente d’auto, affronta la sua malattia assistita dal marito Maxime.

A trentacinque anni, ha la sensazione di non aver vissuto granché. Non riesce a rivisitare il suo recente passato. Lo scorrere dei giorni si ferma non appena si avvicina alla vita professionale, all’età adulta, alla nascita di Simon. Può tornare indietro nel tempo, rivedere le scene del suo ingresso alla scuola materna, la caduta dei denti da latte che ancora popola i suoi peggiori
incubi, le malattie della madre che la facevano preoccupare, i libri che divorava di notte e che, in un certo senso, le offrivano la possibilità di una seconda vita, occulta, più attraente dell’altra.

Maxime, unica presenza maschile del romanzo, appare e scompare come in un sogno, e costruisce, suo malgrado, un mistero incompleto: lui è il marito di Daisy, ma era anche il marito della donna, morta, che ha guidato l’auto verso il terribile incidente che ha costretto Daisy alla sedia a rotelle; Maxime è l’amante perfetto, età giusta, giusta dose di denaro, affascinante; Maxime è l’uomo nero, glaciale, calcolatore.

Ma chi è realmente Maxime?

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L’amante giapponese, di Isabel Allende

allendeNota per le sue incredibili storie familiari Isabel Allende corteggia i suoi lettori presentando un libro dai sapori nostalgici. Pur rimanendo fedele al suo stile, i suoi romanzi assomigliano a un quadro, dove le pennellate si fondono e catturano presente e passato riuscendo a incuriosire e portando sempre quel vento di stranezza che tanto amiamo, ne L’amante giapponese qualcosa non funziona.

La vecchiaia si presenta inesorabile, e con lei i ricordi, la famiglia, le occasioni mancate e le paure, ma la sensazione è quel troppo, troppa sfiga, scusate il francesismo; ma se da un lato scopriamo i campi di concentramento americani per i giapponesi, dopo l’attacco a Pearl Harbor, le grande battaglie di quell’epoca vengono appena sfiorate: omosessualità, AIDS, differenze di classe, razzismo.

Alma è un’anziana signora, la sua ricchezza le ha permesso una vita agiata dedicata all’arte e allo studio, incapace di grandi battaglie e consapevole di non avere il coraggio di rinunciare al suo benessere, la donna racconta, tramite le ricerche del nipote e della giovane badante Irina, la sua vita, e soprattutto il suo grande amore Ichimei.

In realtà solo le sue paure le hanno impedito di vivere l’amore per il giovane giapponese alla luce del sole, perché non ha mai avuto il coraggio di svelare al mondo questa passione. Irina, altra protagonista del romanzo, è una giovane donna terrorizzata dal mondo.

A mio parere, il personaggio di Irina davvero non funziona, troppo tragico, troppo contorto, troppo fortunato alla fine del romanzo. Insomma, troppo fiabesco, inoltre nel romanzo mancano quei momenti new age , dove fantasmi, carte e incontri spirituali diventano colonne portanti delle storie dell’Allende.

Infine, i dialoghi. Chi conosce i romanzi dell’Allende sa bene che spesso i dialoghi sono assenti, le storie vengono narrate in maniera fluida senza dare spazio a chiacchiere. L’amante giapponese, invece, presenta dei dialoghi talmente legnosi da apparire artificiosi e non fanno onore al talento dell’autrice.

Se amate follemente l’Allende potreste rimanere delusi, perché questo romanzo non è allo stesso livello dei suoi grandi lavori del passato.

L’amate giapponese, Isabel Allende, 2015, Feltrinelli, Euro 18,00

Anche le sante hanno una madre, di Allan Gurganus

santePuò una madre raccontare con ironia e sarcasmo la morte prematura della figlia? No, certo che no. Nemmeno per esperimento letterario, nemmeno perché la letteratura osa. Non può, nemmeno se a scrivere il romanzo è un uomo. ed è proprio da questa semplice considerazione che ho affrontato la lettura del romanzo Anche le sante hanno una madre, di Allan Gurganus, con crescente sospetto.

Perché è semplicemente impossibile.

Ma andiamo con ordine, fin dalle prime righe Anche le sante hanno una madre fa intuire che è accaduto qualcosa a Caitlin durante il suo viaggio in Africa, un qualcosa di terribile; la voce narrante, la madre, ce lo fa capire senza giri di parole, anche se la conferma arriva solo a tre quarti del libro. Eppure, mentre narra questo rapporto con la figlia, che dovrebbe essere santa ma a me è parsa orribile, ironia e sarcasmo fanno sospettare che c’è qualcosa di sbagliato, di fuori posto.

Perché la morte di un figlio, non viene mai raccontata con ironia, può venire narrata con distacco, con disappunto, con rassegnazione, ma l’ironia, no. Impossibile.

E infatti…

Caitlin è la figlia adolescente apparentemente perfetta che tutti vorrebbero avere,  Jean è la madre, con QI superiore alla media, ma costretta a fare “solo” la madre di tre figli. Caitlin è talmente generosa da prendere tutte le scarpe della madre per donarle ai bisognosi… Jean vacilla tra l’amore incondizionato verso la sua creatura, e un poco nascosto risentimento nei confronti della sua perfezione. Ma anche quando il sarcasmo supera la ragione il racconto della madre manifesta un amore incredibile nei confronti della figlia.

Le abilità di scrittura di Allan Gurganus sono innegabili, e la trama, anche se affrontata con scetticismo (probabilmente perché sono madre), è ben costruita. Piacevole.

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Florence Gordon, di Brian Morton

51rbSnvyAOLIl panorama letterario propone da alcuni anni diversi romanzi dove attempati vecchietti si inventano strampalate avventure, oggi la Sonzogno editori ci offre un romanzo più realistico e capace di accompagnare il lettore in un viaggio insolito, introspettivo e generazionale.
Florence Gordon di Brian Morton si è rivelato una sorpresa, sia per la storia, Florence è un’anziana femminista, attiva nonostante i suoi settantacinque anni, che per lo stile scelto.
Probabilmente il carattere di Florence, così acido e irruento, accostato a una vecchietta apparentemente candida e fragile, stupirà solo chi non ha conosciuto femministe passate e presenti. Le femministe che hanno cambiato la storia, marciando per un ideale e contemporaneamente infuocando le pagine dei giornali grazie a una cultura e un’intelligenza davvero ineguagliabili. Se mai vi è capitato di incontrare una donna così, oggi anziana, troverete un’empatia davvero incredibile nei confronti di questa insopportabile vecchia donna.
Indaffarata, sempre di corsa, intollerante, incapace di creare relazioni umane, concentrata solo ed esclusivamente su se stessa, ma tutto sommato sopportata con educata cortesia grazia alla sua mente brillante che per decenni l’ha fatta risaltare nel panorama culturale mondiale, Florence vive come sospesa tra la realtà e i suoi interessi.

Florence stava ancora riflettendo sulle cose che le aveva chiesto sua nipote: «C’è qualcosa che farai in modo diverso d’ora in poi? Non ti sembra un’opportunità per fare dei cambiamenti nella tua vita?»
Nessuna delle sue amiche avrebbe mai pensato di farle quelle domande.
Forse perché la conoscevano fin troppo bene e sapevano che i cambiamenti non le interessavano.
O forse perché, col passare del tempo, le idee che ci facciamo riguardo ai nostri amici e alle persone care si cristallizzano. Cominciamo a vederli in modo immutabile e limitato e così ci convinciamo che siano immutabili e limitati.

La realtà non disturba Florence, solo gli ideali accendono il fuoco nonostante l’età, la donna, così distante e snob, soprattutto nei confronti del genere umano, si ritrova ad amare in silenzio la nipote, giovane donna a sua volta intelligente e ansiosa di imparare e confrontarsi.
Riuscendo a intrecciare le vicende di Florence alla quotidianità di Emily, la nipote, Janine, la nuora e Daniel il figlio, l’autore offre uno spaccato impietoso della vecchiaia, la vecchiaia di chi ha vissuto una vita piena e ora si trova sconfitta non dall’uomo o dall’ignoranza, ma semplicemente dal tempo.
La malattia, così difficile affrontarla quando ogni attimo della vita appare ricco e sfrontato, l’adulterio, talmente irreale da sfuggire alla logica, la paura dell’amore e infine la paura di confessare un amore.

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Scrivimi ancora, di Cecelia Ahern

ScrivimiAncoraPremessa, non conoscevo questo libro, non ho mai visto il film, ho scoperto #ScrivimiAncora solo l’altro ieri. Non sono, quindi, trascinata dalle mode, ne tanto meno dall’ardore romantico: non sono un amate di romanzi d’amore.

Scrivimi ancora, di Cecelia Ahern, è il romanzo rosa per eccellenza, di quelli dove i due protagonisti si rincorrono tra mille disavventure prima di incoronare il loro amore… solo che in questo caso le disavventure sono la vita, nulla di così sconvolgente o incredibile, ma la vita così come ognuno di noi è impegnato a viverla.

Un aspetto in particolare del romanzo mi ha stupita piacevolmente, lo stile. Le 290 pagine non si susseguono come una normale narrazione, ma riportano i bigliettini, le lettere, le email, chat, forum, dei protagonisti. Messaggi, tantissimi messaggi, ironici, disperati, impauriti, rassegnati, colmi d’amore o di indifferente sopportazione. Lettere non solo dei due protagonisti, Rosie e Alex, ma di chiunque intercetti la loro esistenza.

Rosie e Alex si incontrano e si adorano fin da bambini, si fanno sospendere più o meno ogni anno scolastico, crescono assieme, sognano un futuro radioso. Alex vuole fare il cardiochirurgo, e ci riesce, Rosie la direttrice d’albergo. Per Rosie la strada della maturità è un tantino più complicata: rimane incinta di Katie a diciassette anni. Per sbaglio. Non era minimamente innamorata del ragazzo che in preda agli ormoni ha contribuito.

I due ragazzi abitano a Dublino, ma a sedici anni Alex segue la famiglia in America, da allora i due ragazzi, e poi adulti, si scrivono, si amano, vivono , si odiano, litigano. Ogni tanto si incontrano di persona, ovvio, per matrimoni e funerali.

Alex si sposa un paio di volte, Rosie una. Finali tragici in tutti i casi.

Ma alla fine… l’amore trionfa.

Fra qualche anno, quando sarò diventata famosa, tu probabilmente dirai: “Rosie: ecco un nome che non sentivo da secoli. Una volta eravamo grandi amici. Chissà che cosa starà facendo, ora; sono anni che non la vedo e che non so più niente di lei!” Sembrerà di sentire mia madre e mio padre che, durante le cene con i loro amici, parlano dei tempi andati. Nel rievocare i momenti più significativi della loro vita, nominano persone di cui io non ho mai sentito parlare. Com’è possibile che oggi mia madre non dia più nemmeno un colpo di telefono alla sua damigella d’onore di vent’anni fa? E quanto a mio padre, com’è possibile che non sappia dove abiti il suo più caro compagno di scuola?
In conclusione, io sono di questa opinione (lo so, lo so, ce n’è una sola): non voglio essere una di quelle persone che finiscono nel dimenticatoio; una persona che un tempo era tanto importante, tanto speciale, tanto influente e tanto considerata, e che anni dopo diventa un volto indistinto, un lontano ricordo. Voglio che rimaniamo migliori amici per sempre, Alex.

Non originale ma ben costruito, non mi stupisce la scelta di farne un film, a tratti è molto divertente e il personaggio di Rosie davvero conquista, Alex un po’ meno… forse si tratta di solidarietà femminile.

Simpatico, lo consiglio, un ottimo romanzo di fine estate.

Scrivimi ancora, di Cecelia Ahern, Bur, 2006

Tatuaggio, di Manuel Vázquez Montalbán

tatuaggioCi sono gialli e gialli, inutile girarci attorno, ma soprattutto ci sono protagonisti e protagonisti.

E, a mio avviso, il miglior protagonista maschile della letteratura gialla, che tra l’altro il termine libro giallo è un nome tutto italiano (ricordate i gialli Mondadori?), è e rimane lui: Pepe Carvalho. Per chi non lo conoscesse Pepe Carvalho è il detective assolutamente sopra le righe creato dallo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, se amate i libri di Andrea Camilleri, dovreste sapere che il famosissimo Commissario Montalbano deve il suo nome proprio a questo Montalbán, un omaggio tra scrittori.
Tatuaggio è il primo romanzo della fortunata serie dedicata a Pepe Carvalho, omone amante della cucina, della buona cucina, spirito critico insoddisfatto, fidanzato non ufficialmente con una prostituta, capace di svelare intrighi e delitti in maniera poco corretta ma sicuramente efficiente. Cinico, arrabbiato con il mondo, ex agente CIA, Pepe Carvalho è l’antieroe così come lo abbiamo sempre immaginato. Lui, brucia i libri, un po’ per antipatia e un po’ perché ama accendere il caminetto di casa, anche d’estate, e in Tatuaggio da alle fiamme niente meno che il Don Chisciotte.
Ma andiamo con ordine, assunto dal proprietario di un salone di parrucchiere, Pepe Carvalho deve scoprire il nome di un morto ammazzato annegato. In realtà scoprire l’identità del morto è abbastanza facile, ma lo scenario che di pagina e in pagina si delinea è inquietante: prostitute, droghe, mafia.
Eppure, Pepe Carvalho ne è certo, non è quella la chiave del mistero, non è per quello che l’individuo con tatuata una frase dai diversi significati “Sono nato per rivoluzionare l’inferno” è morto.

Anche la scritta del tatuaggio era sorprendente. Una cosa è un legionario tra le due guerre, ubriaco di disprezzo e di letteratura, che va in cerca di avventure con un fucile e alcuni versi di Apollinaire. Ma ciò non può accadere in quest’ultimo terzo di secolo. La gente, pensò Carvalho, ha scoperto di essere capace di fare soltanto ciò che riesce a fare. Nessuno si inventa la propria vita come se inventasse un romanzo.

Le puttane di Pepe Carvalho non sono stupide, non molto, sono meno sfruttate del sentito dire, anche se solo le più intelligenti gestiscono i loro affari in assoluta autonomia, insomma si salvano meglio delle donne borghesi che mangiano qualsiasi cosa, che indossano abiti colorati e che cambiano colore dei capelli solo per divertimento.

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