Morire dal ridere di Antonietta Maria Usardi. Recensione

Viviamo in un mondo confezionato dal marketing e dal business, un mondo dove si nasce e si muore, un mondo dove, da sempre,  c’è chi decide di porre fine alla sua vita. Ebbene, immaginate se un giorno in questo mondo il suicidio diventasse una scelta come un altra, un settore del commercio, con le sue proposte e le sue preferenze. Se riuscite a immaginarvi questo allora il favoloso negozio ideato da Antonietta Maria Usardi in Morire dal ridere ha un senso, la semplice risposta a un bisogno.

Una volta e per sempre” è un piccolo negozio situato nella Chinatown milanese, gestito da due coniugi, Amelia e Vincent,  e dai loro due figli, Sylvia e Ernest, gli articoli in vendita variano dal veleno, alla corda, alle pistole, fino alle più complicate spade giapponesi e coltelli di ogni forma e provenienza. Il bisogno è la morte, l’omicidio no, brutta cosa l’omicidio. I due gentili sposini “semplicemente” aiutano i loro clienti a scegliere il mezzo per porre fine alla loro vita. Una fine dignitosa, dato che la vita non pare averli soddisfatti.

Amelia e Vincent si presentano come una moderna famiglia Adams, atmosfera cupa, idee strampalate sulla vita, niente risate, niente divertimento, e i loro figli oscillano tra il depresso e il psicopatico, ma senza fare troppo rumore. La famiglia così composta subisce un incredibile shock quando compare nella loro vita Robespierre:

Il bambino, cinque anni compiuti il primo aprile, porta  in dote, come unico bagaglio, una valigia di velluto nero da cui sbuca un indecoroso pigiama giallo canarino, una borsa piena di libri da colorare, una lettera  per gli zii, che da quel momento in poi saranno i suoi  tutori legali fino alla maggiore età, una chioma arruffata di riccioli color carota dalla sfumatura impresentabile e un sorriso così beato stampato sulla faccia  che nemmeno il Signore Iddio l’ultimo giorno della creazione.

Robespierre è un bambino solare, ottimista, ama ridere, giocare e certo non capisce l’attaccamento morboso degli zii nei confronti della morte. Robespierre non capisce la morte.

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