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Tre atti e due tempi, Giorgio Faletti

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Una sola parola riesce a descrivere, a mio avviso, l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Tre atti e due tempi, edito Einaudi, diverso. Diverso nello stile narrativo, nella trama, nei contenuti e anche nelle emozioni. Narrando e descrivendo Asti, e il mondo del calcio di serie B, Faletti si avvicina notevolmente al noir Italiano, quello di Lucarelli, quello dove oltre ad immaginare il paesaggio ci sembra di sentire odori e sapori, particolarità di provincia.

Se l’aspettativa del lettore rimpiange Io Uccido rimarrà delusa, ma ritengo che sia parte della vita di uno scrittore cambiare e sperimentare; se in partenza Faletti ci aveva abituati con thriller mozzafiato dai contorni hollywoodiani, Tre atti e due tempi è un romanzo breve dai toni nostalgici, non riesco a definirlo un thriller o un giallo, anche se cattivi e morte non mancano, sembra una riflessione sul passato e sulle tante possibilità del futuro, possibilità variabili a seconda delle scelte di ognuno di noi.

Silver è un ex pugile, ex detenuto, ex marito, un uomo silenzioso che osserva e comprende molto più di quanto i suoi ignari attori possano immaginare, ma c’è solo un protagonista che gli interessa, suo figlio, un estraneo capace di scuoterlo e farlo affrontare incubi che credeva di essersi lasciato alle spalle.

Corruzione e mondo del calcio, assieme alla solitudine di chi ha sbagliato per sempre, sono i grandi protagonisti del romanzo, a tratti un po’ lento ma ricercato e curato nel dettaglio.

Giudici, tre racconti di Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo

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Giudici e Magistrati sono persone, certo sbagliano anche loro, per fortuna, l’essere umano commette errori, eppure tendiamo ad attaccarli troppo spesso, come se il loro lavoro ci desse fastidio. Sono persone che lavorano per lo Stato, lo stesso Stato che dimentica, che ignora e che li offende come se morire per uno Stato fosse cosa normale, ovvia, quotidianità. Einaudi propone Giudici, tre racconti scritti da Andrea Camilleri, Luca Lucarelli e Giancarlo De Cataldo, tre giudici, tre punti di vista davvero differenti, a tratti drammatici e a tratti ironici.

Andrea Camilleri ama la sua Sicilia, la Sicilia della mafia, o maffia perché strada facendo ha perso una f, la Sicilia degli atteggiamenti, delle minacce e dei favori, dei colori e dei sapori, e in quella terra invia un Giudice torinese, ignaro di usi e costumi dell’isola incantevole, attratto dai cannoli e incapace di cogliere atti ostili nei suoi confronti. Un giudice eroe, non per coraggio, ma per incapacità di cogliere il pericolo, rigido sostenitore della legge e uomo goloso, capace di stupirsi perché tutti sembrano sapere tutto in anticipo, e capace di far funzionare un tribunale nonostante i diversi tentativi di intimidirlo.

La Bambina di Carlo Lucarelli è un giudice giovane, troppo giovane, ma un poliziotto coraggioso le salva la vita e lei, che sembra una ragazzina, si addentra nei misteri dei Servizi dello Stato, nei conti celati, nella finanza proibita “Io sono un giudice, un magistrato, e ci sono due cose che sono obbligata a fare. Una è fidarmi. Lei è un clandestino, io no. Io sono parte del sistema che difendo e che devo mantenere sano. (…) – La seconda cosa? – Andare avanti. Non posso fare finta di niente e lasciar perdere.”

Giancarlo De Cataldo racconta di un procuratore che si paga la benzina di tasca propria e fa sogni strani, organizza il suo arresto, ma al suo risveglio, o non è un vero risveglio? Tribunali e udienze lo attendono, si scontra con i cattivi; ma che accade quando i cattivi sono anche le vittime?

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La vita accanto di Mariapia Veladiano Premio Calvino 2010

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Un viaggio tra le mura candide del Palladio, la cattiveria insipida della gente e la fredda,  agghiacciante, inesorabile depressione post parto. La vita accanto di Mariapia Veladiano, Premio Calvino 2010, mi è capitato tra le mani per sbaglio, forse perché ho studiato a Vicenza, cittadina di provincia bellissima e contemporaneamente spietata, o forse perché le storie di donne attraggono le donne.

Diverse recensioni raccontano questo libro come una denuncia verso gli stereotipi e la superficialità del genere umano, protagonista della storia è Rebecca bambina brutta, molto brutta si intuisce, ma a mio avviso in primo piano l’autrice analizza e racconta la malattia e la paura.

Rebecca cresce ignorata da sua madre, donna chiusa nel suo mondo, incapace di esprimere sentimenti e contatti,  solo dopo la sua morte la bambina capirà che la causa di quell’indifferenza apparente era da attribuire a una fortissima depressione post parto, e alla mancanza di aiuto. Sua madre, infatti, era stata lasciata sola con la sua malattia.

Nascere brutte è certo un incubo in una società che innalza il bello al di sopra dell’intelligenza, ma crescere brutte senza l’affetto materno, circondata dai peggiori pettegolezzi è una realtà ancora più dura. Rebecca trova un’amica, grassa, e studia, cresce, impara a suonare il piano, e con l’aiuto della chirurgia estetica migliora, non diventa bella, non riesce a dimenticare il suo aspetto, ma la musica l’aiuta a sopravvivere, nascosta.

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Laura di Rimini di Carlo Lucarelli, alta, mora, carina, fighettina

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Alta, mora, carina, fighettina… Laura di Rimini è una studentessa, studia a Bologna ma come tanti studenti frequenta assiduamente i treni, e come tanti studenti ha uno zaino, che non apre mai, o quasi. Quando ho terminato di leggere Laura di Rimini di Carlo Lucarelli, Einaudi, ho pensato Si è proprio divertito! Già, perché se i ricordi vi trascinano sulle note di Almost Blue o tra gli intriganti misteri che l’hanno reso famoso, converrete con me che di quel Lucarelli qui non v’è traccia, rimane però il suo talento indiscusso, perché Laura di Rimini è un piccolo capolavoro, 82 pagine appena, capace di ricordare i thriller americani, ci sono anche i cattivi con le tipiche maschere di topolino e paperino, ma Laura è di Rimini, e a Rimini non a New York si articola la sua strana, improbabile e assurda storia.

A Laura non piacciono i gialli, forse è anche per questo che ogni stereotipo con lei non funziona, nemmeno il classico calcio in mezzo alle gambe del cattivo va a segno, ma poco importa perché per schivarlo cade, e Laura scappa.

Com’è possibile che una Brava Ragazza al secondo anno di Lettere, riminese, figlia di albergatori, carina e quasi ciellina, si ritrovi in autostrada con uno sconosciuto, mezza nuda, con una maglietta  con su scritto I love Riccione e uno zainetto con dentro quattro chili di cocaina stretto tra le braccia?”

Già, com’è possibile? Non è possibile, ma è molto divertente.

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