Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, di Giuseppe Rizzo

guerra lampoAmo la Sicilia, con le sue contraddizioni, meraviglie e brutture, e amo un siciliano, l’ho pure sposato; premessi questi minuscoli dettagli ammetto che ad attrarmi è stato il titolo: Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, di Giuseppe Rizzo, è un romanzo che consiglio a tutti i siciliani in fuga, amanti lontani della  loro terra, incantevole, nonostante i pidocchi.

I pidocchi di Giuseppe Rizzo sono i mafiosi, i prepotenti, coloro che attraverso l’uso massiccio della paura riescono a modellare un territorio a piacimento, a prendersi le donne senza attendere una risposta, a crearsi lavori e investimenti non sempre leciti e difficilmente legali.

I protagonisti, tre trentenni come tanti, tre coraggiosi che hanno cercato nel continente fortuna o semplicemente una possibilità,  Andrea detto Osso, Martina detta Pupetta, Marco detto Gaga, sintetizzano perfettamente lo stereotipo del ragazzo che se n’è andato,  e quando torna è straniero a casa sua.

Indignati, i tre sono semplicemente indignati, e invece di giudicare da fuori decidono di tornare, temporaneamente, al loro paese, Lortica, per dare una lezione all’istituzione: il sindaco.

Indignati, per l’azione comune di dimenticare o semplicemente ignorare l’accaduto perché nuoce all’immagine del paese, indignati per la massiccia presenza di pidocchi, indignati, e basta.

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia è un urlo di disincanto, scritto molto bene, capace di trovare un giusto equilibrio tra tragedia, perché i pidocchi sono una tragedia, e comicità, grazie al sarcasmo sapientemente usato dall’autore.

Un urlo d’amore, verso una terra bella da far male eppure tanto maltrattata, un urlo di battaglia: perché non c’è male peggiore della rassegnazione.

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Diario di scuola, Daniel Pennac. Fossero tutti così i prof…

diario di scuola pennacNe sono assolutamente convinta: se tutti i professori, maestri e docenti del mondo intero, vantassero le doti psicologiche e pedagogiche di Daniel Pennac avremmo un ambiente scuola sereno, non privo di difficoltà, sia chiaro, ma sicuramente meno attaccato, giudicato, represso.

Non è facile fare l’insegnante, questo è da sottolineare fin da subito. Insegnare è uno dei mestieri più difficili al mondo, ma se oltre alle naturali difficoltà aggiungiamo l’incapacità di sorvolare le barriere del non ascolto da parte di presunti somari, presunti perché in Diario di scuola Pennac svela una verità che mi ritrova pienamente d’accordo, l’azione di apprendere rischia un alt senza possibilità di ritorno.

Gli studenti leccornia, così definiti i bravi da Daniel Pennac, sono pochi, la maggior parte sono somari, non perché manchino di naturale intelligenza, anzi, ma per una serie di fattori esterni che vanno a incidere sul risultato finale: mancanza di autostima, se dalla prima elementare ti ripetono che non capisci un accidente… sfido chiunque a reagire diversamente, pigrizia, famiglia…

Ragazzi realmente somari esistono, ma sono pochi, così come quelli realmente violenti, una minima percentuale, gli altri vengono etichettati come incapaci quando il vero ostacolo è il rapporto con la scuola con tutte le sue meraviglie e contraddizioni.

Ad avercelo avuto un prof come Pennac, non solo per il rapporto che riesce ad instaurare con i suoi studenti, sono rimasta incantata dalla sua lezione tipo del dettato, dettato per inciso che odiavo con tutto il cuore, dalle spiegazioni sulla grammatica, verbi, pronomi.

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Di tutte le ricchezze, Stefano Benni. Feltrinelli

Di tutte le ricchezze di Stefano Benni è un viaggio onirico quanto reale. Studiando le opinioni sul web mi sono resa conto che non tutti hanno apprezzato il romanzo, come invece spesso accade ai “big” della letteratura. Personalmente mi è piaciuto molto, forse perché mi ha ricordato una persona, o semplicemente me stessa qualche anno fa.

Martin è il professore, anzi lo stereotipo del professore:

Sono vicino ai settant’anni, età venerabile quando non è sordida, e vivo solo in una casa sull’Appennino, solitaria ma non troppo, vicino a un piccolo paese dotato di vari bedenbrecfast, e con maggior chilometraggio a una cittadina di ventunmila abitanti dotata di tre sterminati supermarket outlet spendodromi, in grado di contenere l’intera popolazione. La mia abitazione è un casolare ricoperto da un arazzo di edere e glicini, in cima a un poggiolo.

Il professore è esperto di quel Catena, noto poeta pare morto suicida in manicomio, noto a Benni ma non al lettore che lo potrà scoprire e apprezzare assieme alla storia principale del romanzo.

Il professore vive come un eremita, ha un figlio dall’altra parte del mondo, un grosso rimpianto, l’unico vero amore, e rischia di morire soffocato dai ricordi e dalla pesante solitudine. Fino a che la casa accanto non trova nuovi inquilini, la coppia, lui e lei, senza tante cerimonie lo centrifugano, uno nel mondo che da tempo ha deciso di abbandonare, l’altra nel passato.

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La lunga notte del dottor Galvan di Daniel Pennac

Le opinioni nei confronti di questo racconto La lunga notte del dottor Galvan di Daniel Pennac Feltrinelli, disponibile anche in eBook, sono discordanti, chi lo ritiene un esercizio di scrittura, troppo conciso per definirsi letteratura, chi lo descrive come un divertente romanzo. Ebbene, a mio avviso la categoria di chi, suo malgrado, ha avuto a che fare con la medicina moderna unirà all’aggettivo divertente un ben più meritato realistico.

La lunga notte del dottor Galvan è una velocissima rincorsa delle parole, Galvan è un giovane medico del pronto soccorso, medicina interna per l’esattezza, come recita il suo ipotetico ancora in via di definizione biglietto da visita, eh già perché la più grande ambizione del dottor  Galvan sta proprio lì, in quelle poche parole che da sole devono descrivere una vita intera, una vita fatta di studi e lavoro, fatica e pensieri. Mica bruscolini un biglietto da visita.

In realtà, io sognavo una cosa sola… Quasi non oso dirgliela, tanto è… Da non crederci! Sognavo il mio futuro biglietto da visita! Sul serio! Una vera e propria ossessione. Non pensavo ad altro che al giorno in cui avrei potuto sguainare un biglietto da fare impallidire tutti gli amanti del genere. Era questo, in fondo, il mio grande progetto!

Il racconto si basa sui ricordi di una notte di vent’anni prima donati con dovizia di particolari dal dottor Galvan stesso a un ignoto ascoltatore, svelato verso le ultime righe.

Chi ha subito la medicina, e ne ha contemporaneamente goduto e beneficiato sia chiaro, sa benissimo come sia frustrante passare da un medico specializzato a un altro, da una diagnosi, si spera azzeccata, a quella successiva perché il tuo male ha colpito si una parte del corpo ma contemporaneamente ne interessa altre, quindi da un primario al secondo primario al terzo primario. Alla fine ti gira la testa, avanzi come un automa, fai diecimila analisi, e rischi di mandare tutto all’aria perché semplicemente non ritrovi più il punto di partenza.

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Maledetta Cina, di Paolo Rumiz. Recensione

Maledetta Cina, di Paolo Rumiz è un viaggio insolito, colori, profumi e nuovi stereotipi si sostituiscono ai noti cliché del grande continente orientale, la Grande Muraglia diventa un souvenir da riconsegnare, possibilmente in buono stato, per il successivo restauro, lo smog regna sovrano, e le persone sembrano formiche impazzite. Eppure lo sguardo impietoso di Paolo Rumiz sembra svelare antiche meraviglie, nonostante la corsa verso l’emulazione dell’occidente, nel bene e nel male.

Paolo Rumiz si concede pochi giorni di vacanza per andare a trovare suo figlio a Pechino per lavoro, mentre l’altro figlio parte verso l’Africa, unica garanzia un piccolo diario dove annota pensieri e considerazioni. Soffocato dallo smog e spaventato dalla grandezza della Città Proibita, Rumiz ci regala spaccati nuovi, una Cina a tratti incantevole, quasi inconsapevole della sua anima antica, per poi scivolare nel terrore della metropoli, caotica, sporca e intrattabile.

È giusto, mi chiedo, che le masse consumino l’ultimo stupro e svelino anche questo mistero? Dentro, mi hanno detto, la municipalità ha installato in nome del popolo orridi campi di basket all’aperto con erba artificiale. Per un attimo ho la sensazione netta che questa estrema dissacrazione possa togliere al cielo gli ultimi pilastri di sostegno e far crollare la Cina intera.

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Parata di stalloni, di Gaby Hauptmann. Recensione

A scanso di equivoci, dati i tempi di eros a luci più o meno rosse, devo sottolineare che gli stalloni di Parata di stalloni, Gaby Hauptmann, sono cavalli. Non mancano le situazioni erotiche, o presunte tali, ma nonostante la copertina della Feltrinelli desideri suggerici ambienti caldi, la storia si tinge di giallo, o giallognolo a seconda dei gusti.

Anche se l’inizio è un po’ contorto, ritmo e scrittura colmano alcune lacune, e diverse stranezze. Ad esempio, capisco che la donna è insicura all’inizio di una relazione, ma tanto insicura da chiamare la ex per chiedere subito i difetti del povero lui? Così da non perderci tempo… L’idea suona talmente stramba da far sorridere. Purtroppo però non è Karin, la fidanzata insicura, la protagonista del romanzo, ma bensì Hella sua mamma.

Eh già, perché mettiamo caso che la ex alla fine riesca a dare più dubbi che certezze, e mettiamo che il povero lui parta per un maneggio nella Bassa Sassonia, chi meglio della mamma della fidanzata può tenerlo d’occhio? Peccato che, la signora, invece di fare la pedinatrice in incognito si dia prima alla pazza gioia, con un bell’uomo di passaggio, e contemporaneamente giochi a fare la detective, perché un morto c’è, anche se alla fine del racconto la storia si trascina un po’ troppo togliendo il desiderio di scoprire chi sia il disgraziato killer di turno.

Un  libro estivo, sicuramente, a tratti surreale, immagino non capiti tutti i giorni di, nell’ordine, cadere, svenire, avere un trauma cranico, incontrare un uomo, l’uomo è single, e scoparci senza sosta per le successive cinque ore. Non male per una signora vicina ai sessanta, io non ci sarei riuscita nemmeno a venti.

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Tua di Claudia Piñeiro, recensione

È stato definito “Il miglior giallo psicologico in circolazione” Tua di Claudia Piñeiro, edito in Italia da Feltrinelli, in realtà, a mio avviso, fatica a conquistarsi il titolo di giallo, anche se la storia e lo stile narrativo rimangono interessanti. Probabilmente il motivo che mi porta a definirlo un romanzo non giallo è la mancanza di mistero, nonostante l’autrice cerchi di portare il lettore verso il gran finale la trama non è originale, anzi, la definirei abbastanza banale. Di contro, ha attirato la mia attenzione lo stile narrativo insolito, diversi punti di vista narranti si alternano, i più importanti sono la protagonista, e sua figlia, ma le storie che risaltano non hanno nulla in comune pur appartenendo allo stesso nucleo famigliare.

Inés è una casalinga, madre ma soprattutto moglie, il suo mondo perfetto, costruito attraverso attente e metodiche mappe mentali, rischia di crollare quando trova per caso un biglietto d’amore nella borsa del marito firmato “Tua”. Convinta che non può accadere a lei, segue il marito e assiste così  a una discussione animata tra lui e una donna. La donna cade, sbatte la testa e muore. Inés diventa suo malgrado testimone di un omicidio, ma per mantenere invariata la perfezione dove è abituata a vivere decide di coprire il marito.

La storia di Inés viene interrotta dai dialoghi della figlia di sedici anni, dialoghi con l’amica, con il fidanzato, con sconosciuti, figlia che rappresenta il riflesso di una disattenzione costante. È incinta ma nessuno lo sa.

I differenti punti di vista variano anche nello stile, schietta, egocentrica, diretta Inés, frasi brevi, a volte incoerenti, spaventata e arrabbiata la figlia, calcolatore il marito, professionale il medico patologo. Questa diversità nella narrazione la ritengo assolutamente valida, l’autrice ha saputo caratterizzare ogni personaggio, rendendolo parte attiva di ogni paragrafo che lo riguarda.

Tua

Claudia Piñeiro

Feltrinelli

 

Il quaderno di Maya di Isabel Allende

Ognuno di noi meriterebbe un “suo Popo” per affrontare i dolori della vita, perché altrimenti risalire, o semplicemente galleggiare, è davvero difficile. Torno a scoprire con gioia le parole di Isabel Allende, probabilmente i suoi lavori proposti dopo la morte della figlia erano troppo intrisi di sofferenza per me, ma Il quaderno di Maya mi ha conquistata, perché capace di descrivere l’adolescenza più feroce con occhi colmi di comprensione, e un pizzico di favola, che non guasta mai.

Maya è una ragazzina, di merda aggiunge la nonna Nini, figlia di un padre che sta sempre sulle nuvole, fa il pilota, e di una principessa della Lapponia, ruolo di fantasia dato a una donna sparita dopo averla messa al mondo, nonostante la sensazione di essere orfana, Maya cresce un’infanzia dignitosa, amata dai nonni, Nini e Popo, Popo nonno di fatto non di sangue, non le manca nulla, anche se a volte il mestolo di legno della nonna fa male.

E’ la morte del suo Popo a mandare in fumo ogni briciola di buon senso, la ragazzina viene catapultata in un mondo troppo adulto per lei, un mondo nascosto nel fango della droga, armi, sesso, criminalità. Dopo una serie di disavventure notevoli, in fuga da tutto e da tutti, Maya cerca di ritrovare se stessa  su una delle isole dell’arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile.

La storia probabilmente non merita un premio per originalità, il dramma dell’adolescenza, la mancanza di affetti, le droghe, la convinzione di essere più forti di altri, il luogo sperduto ma colmo di umanità capace di far redimere anche il peggiore dei diavoli, eppure Isabel Allende riesce a dare quel tratto caratteristico ad ogni personaggio, capace di far sorridere e piangere perché travolti da una storia umana.

Tra i tanti personaggi spicca su tutti Popo, il gigante nero, nonno di fatto della piccola Maya, capace di far innamorare chiunque di lui, anche il lettore più distaccato:

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Assassinio a Prado del Rey di Manuel Vazquez Montalban

Manuel Vazquez Montalban è una certezza, siano romanzi o racconti la sua bravura rimane indiscussa, anche dopo la sua morte; Assassinio a Prado del Rey non sarà il suo capolavoro in assoluto, ma oltre ad avere i caratteri tipici del giallo, in tutti e tre i racconti, riesce a dare una pennellata di sano cinismo a una società spesso non idilliaca. Come molti dei romanzi di Manuel Vazquez Montalban anche in questo caso siamo in Spagna, ma se non fosse per i nomi di luoghi e persone alcuni tratti potrebbero venire tranquillamente collegati all’Italia, quella della televisione, dell’alta borghesia e del lusso.

Ritroviamo sceneggiatori e scrittori frustrati costretti ad ammirare sul piccolo schermo la loro opera altamente lontana dal pensiero originale, maneggiata dal regista di turno capace di spostare il punto di vista da temi come la politica o la sociologia alle tettine sempre presenti dell’ignara ragazza. Locali di lusso dove l’immagine è più importante di un morto e famiglie alto borghesi capaci di ogni nefandezza pur di difendere il buon nome della famiglia.

Luoghi comuni, oh si, ma come li racconta Manuel Vazquez Montalban diventano spietati cinismi da competizione, e nel caso il libro non vi dovesse piacere potete sempre bruciarlo, l’autore capirà.

“Anfrus lei è di buona famiglia?”

“Si. Come l’ha capito?”

“Dal suo modo di disprezzare. E’ una cosa che si succhia dalla culla.”

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Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin, inusuale manuale d’amore

Perché decidiamo di comprare un libro? Vaghiamo tra le pareti austere della libreria, e cerchiamo imperterriti un volume, un testo che ci dia… Cosa? A volte conosciamo l’autore, e il pensiero di andare sul sicuro ci rallegra, salvo poi riscontrare ignobili realtà, in quel caso gli istinti omicidi appartengono a tutti. Recensioni accattivanti, consigli degli amici, la quarta di copertina, la copertina… Ebbene, Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin l’ho scelto per il titolo. Certo Efraim Medina Reyes già lo conoscevo, più o meno per lo stesso motivo, con Ho conosciuto l’amore ma ho dovuto ammazzarlo si è conquistato un posto nell’oramai straripante libreria di casa. Ma se il conosciuto rappresentava un romanzo più o meno d’amore, Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin è un caotico insieme, un caos talmente surreale da risultare alla fine armonioso, o quanto meno coinvolgente.

Non è un romanzo, anche se a tratti alcune storie si intrecciano, cerca di essere un manuale d’amore, con scarsi risultati, confonde, salta da un dettaglio a un altro, con fatica il lettore rincorre l’autore disperso tra i suoi deliri ragionati. Da leggere.

La trama? A mio avviso non c’è, nel senso che non interessa, vita e morte si incrociano narrate dal presunto protagonista, Sergio “Lingualunga”, che passa dall’io narrante all’oggetto del racconto, allo scrittore incompreso. Nel mezzo alcune chicche di squisita realtà:

“Com’è l’uomo giusto?Forse un perfetto incrocio tra una macchina del sesso, uno zombie e Stanlio e Olio?”

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Le ho mai raccontato del vento del nord di Daniel Glattauer, tecnologico romanzo d’amore

I romanzi tramutano le espressioni dei nostri volti, se impegnativi riescono a farci diventare seri e concentrati, se noiosi probabilmente gli angoli della bocca si inclinano provocando una sorta di smorfia svogliata, quando avventurosi ci avvinghiamo al povero libro per non perdere una sola parola, o colpo di scena. Le ho mai raccontato del vento del nord di Daniel Glattauer, Feltrinelli, è un romanzo divertente, tanto da riuscire a farmi sorridere sorniona per un paio d’ore, il che a mio avviso è un traguardo davvero degno di nota.

Siamo abituati ad incontri travolgenti, inutile mentirci, quando uno scrittore decide di parlare d’amore fa palpitare i cuori, creando situazioni improbabili, ricche di dettagli incantevoli, e avvenimenti incredibili. Come dar loro torto, innamorarsi mentre ti ubriachi di birra non è certo un tema così avvincente, tranne forse per Charles Bukowski. Daniel Glattauer ha il pregio di raccontare l’amore in maniera originale, pur trattandosi di quotidianità, il tutto condito dalla giusta dose di passione, romanticismo, gelosia e tradimento.

Le ho mai raccontato del vento del nord è un dialogo nato per sbaglio, una mail inviata a una casella di posta scorretta porta a un intreccio di conoscenza, amore e rimpianti. Ma sopra al libro sosta una domanda destinata a finire nei manuali di sopravvivenza dell’umanità: è possibile tradire col pensiero? Sicuramente i due protagonisti dalle innocenti email si sono ritrovati avvolti in un vortice difficile da gestire, ma una relazione nata sulla carta è reale? O se lo dovesse diventare è destinata a sfumare?

Unica nota negativa, la famiglia di lei è troppo in stile Cuore, i sensi di colpa si moltiplicano, l’impossibilità di lasciare il marito è evidente, e tutto si riduce a un impossibile tradimento fisico. Improbabile. Per il resto, bella l’idea, scritto bene, da leggere.

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Donna per caso di Jonathan Coe, le stranezze del genere umano

Maria è una ragazza come tante, intelligente, istruita, famiglia normale, amici normali, eppure Maria osserva con estremo distacco le banalità, secondo l’autore, la vita normale secondo chi scrive, del genere umano, i sentimenti, le amicizie, vere e false, le aspettative e gli amori. Donna per caso è il primo romanzo di Jonathan Coe, pubblicato nel 1987,  un concentrato di umanità capace di far sorridere per cinismo e sottile ironia.

Nella realtà difficilmente possiamo trovare un individuo così indifferente a tutto, lasciata al caso in ogni situazione della vita, eppure ognuno di noi si è sentito almeno una volta fuori luogo, inadatto spettatore di eventi che non gli appartengono. Capita di venire travolti da pettegolezzi o aspettative capaci di destabilizzarci, e, per sopravvivenza, ci estraniamo. Maria vive tutta la vita da estranea, ma sebbene da un lato può apparire antipatica per mancanza di emozioni, dall’altro, a mio avviso, ci assomiglia, perché troppo spesso siamo ciò che gli altri vogliono e facciamo ciò che è giusto fare per prepararci al debutto in società

Ma io ti amo, protestava lui. Ma io non ti amo, rispondeva lei. Non importa, diceva a quel punto lui, l’amore non è importante, è il rispetto quello che conta. Ma io non ti rispetto, diceva allora Maria. Il rispetto non è poi fondamentale, replicava lui, almeno finché due persone si sentono a proprio agio quando stanno insieme. Ma io non mi sento a mio agio con te, rispondeva Maria. Bisogna dire, a suo merito, che manteva sempre le proprie posizioni. E poi stava dicendo solo la verità, perché non si sentiva affatto a proprio agio con Ronny.

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