Il quaderno di Maya di Isabel Allende

Ognuno di noi meriterebbe un “suo Popo” per affrontare i dolori della vita, perché altrimenti risalire, o semplicemente galleggiare, è davvero difficile. Torno a scoprire con gioia le parole di Isabel Allende, probabilmente i suoi lavori proposti dopo la morte della figlia erano troppo intrisi di sofferenza per me, ma Il quaderno di Maya mi ha conquistata, perché capace di descrivere l’adolescenza più feroce con occhi colmi di comprensione, e un pizzico di favola, che non guasta mai.

Maya è una ragazzina, di merda aggiunge la nonna Nini, figlia di un padre che sta sempre sulle nuvole, fa il pilota, e di una principessa della Lapponia, ruolo di fantasia dato a una donna sparita dopo averla messa al mondo, nonostante la sensazione di essere orfana, Maya cresce un’infanzia dignitosa, amata dai nonni, Nini e Popo, Popo nonno di fatto non di sangue, non le manca nulla, anche se a volte il mestolo di legno della nonna fa male.

E’ la morte del suo Popo a mandare in fumo ogni briciola di buon senso, la ragazzina viene catapultata in un mondo troppo adulto per lei, un mondo nascosto nel fango della droga, armi, sesso, criminalità. Dopo una serie di disavventure notevoli, in fuga da tutto e da tutti, Maya cerca di ritrovare se stessa  su una delle isole dell’arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile.

La storia probabilmente non merita un premio per originalità, il dramma dell’adolescenza, la mancanza di affetti, le droghe, la convinzione di essere più forti di altri, il luogo sperduto ma colmo di umanità capace di far redimere anche il peggiore dei diavoli, eppure Isabel Allende riesce a dare quel tratto caratteristico ad ogni personaggio, capace di far sorridere e piangere perché travolti da una storia umana.

Tra i tanti personaggi spicca su tutti Popo, il gigante nero, nonno di fatto della piccola Maya, capace di far innamorare chiunque di lui, anche il lettore più distaccato:

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