L’amante giapponese, di Isabel Allende

allendeNota per le sue incredibili storie familiari Isabel Allende corteggia i suoi lettori presentando un libro dai sapori nostalgici. Pur rimanendo fedele al suo stile, i suoi romanzi assomigliano a un quadro, dove le pennellate si fondono e catturano presente e passato riuscendo a incuriosire e portando sempre quel vento di stranezza che tanto amiamo, ne L’amante giapponese qualcosa non funziona.

La vecchiaia si presenta inesorabile, e con lei i ricordi, la famiglia, le occasioni mancate e le paure, ma la sensazione è quel troppo, troppa sfiga, scusate il francesismo; ma se da un lato scopriamo i campi di concentramento americani per i giapponesi, dopo l’attacco a Pearl Harbor, le grande battaglie di quell’epoca vengono appena sfiorate: omosessualità, AIDS, differenze di classe, razzismo.

Alma è un’anziana signora, la sua ricchezza le ha permesso una vita agiata dedicata all’arte e allo studio, incapace di grandi battaglie e consapevole di non avere il coraggio di rinunciare al suo benessere, la donna racconta, tramite le ricerche del nipote e della giovane badante Irina, la sua vita, e soprattutto il suo grande amore Ichimei.

In realtà solo le sue paure le hanno impedito di vivere l’amore per il giovane giapponese alla luce del sole, perché non ha mai avuto il coraggio di svelare al mondo questa passione. Irina, altra protagonista del romanzo, è una giovane donna terrorizzata dal mondo.

A mio parere, il personaggio di Irina davvero non funziona, troppo tragico, troppo contorto, troppo fortunato alla fine del romanzo. Insomma, troppo fiabesco, inoltre nel romanzo mancano quei momenti new age , dove fantasmi, carte e incontri spirituali diventano colonne portanti delle storie dell’Allende.

Infine, i dialoghi. Chi conosce i romanzi dell’Allende sa bene che spesso i dialoghi sono assenti, le storie vengono narrate in maniera fluida senza dare spazio a chiacchiere. L’amante giapponese, invece, presenta dei dialoghi talmente legnosi da apparire artificiosi e non fanno onore al talento dell’autrice.

Se amate follemente l’Allende potreste rimanere delusi, perché questo romanzo non è allo stesso livello dei suoi grandi lavori del passato.

L’amate giapponese, Isabel Allende, 2015, Feltrinelli, Euro 18,00

Il gioco di Ripper, di Isabel Allende

gioco ripperHo aspettato un paio d’anni prima di affrontare la lettura de Il gioco di Ripper, di Isabel Allende, Feltrinelli, un po’ perché conoscendo i lavori dell’Allende un giallo thriller faticavo a concepirlo, e un po’, lo ammetto, a causa delle diverse recensioni negative incrociate online. Ebbene, per l’ennesima volta devo ribadire che le recensioni difficilmente corrispondono al vero (e se lo ribadisco io che ne scrivo almeno una a settimana…). Il gioco di Ripper è un piacevolissimo romanzo. Certo, si distacca notevolmente dai thriller che siamo abituati a leggere, ma d’altronde… davvero ci potevamo aspettare un normale thriller da Isabel Allende?

A mio avviso, chi ha espresso giudizi negativi semplicemente non conosce le opere di Isabel Allende, perché qui ho ritrovato il suo stile, la sua ironia, la sua incredibile capacità di delineare personaggi folli ma credibili. Finalmente l’autrice torna a divertirsi, la prematura scomparsa della figlia aveva gettato un’ombra di sconforto sui suoi lavori, ogni parola, frase, scritto, sembrava urlare al mondo il suo assoluto e vero dolore. Il gioco di Ripper torna a sorridere alla vita.

Non mancano psicopatici, amanti del new age, figlie e madri  un po’ sopra le righe, eppure la storia si intreccia a meraviglia e accompagna il lettore fino al gran finale, e, sebbene da circa metà libro è chiaro chi sia l’assassino, poco importa, sono i singoli personaggi a farci amare tutte le pagine del libro.

Amanda, è una ragazzina estremamente intelligente, vive con la giovane madre, bellissima donna dall’animo gentile, e un tantino ingenuo, e con il nonno sempre presente e personaggio davvero irresistibile. Amanda ha diverse passioni, oltre a un ragazzo che non sa di essere il suo ragazzo (dettagli), gioca a Ripper e assieme a un gruppo di suoi coetanei indaga a suo modo su alcuni omicidi inspiegabili. San Francisco non sembra minimamente sconvolta dalle diverse morti che da alcuni mesi rendono cupe le notti della polizia, ma i ragazzini di Ripper hanno le idee chiare in merito, si tratta di un unico assassino.

Manca il movente e mancano molti dettagli, ma Amanda intuisce, prima di tutti gli altri, che un bagno di sangue sta sconvolgendo la città. Ma, quello che ancora non può prevedere è che il male si avvicina sempre di più alla sua famiglia…

Il filone principale del romanzo viene arricchito dai tanti personaggi che l’Allende si diverte a intrecciare, i fidanzati di Indiana, passati , presenti, futuri, i pazienti del suo studio di massaggi e aromaterapia, energie vere e presunte che si diramano come nebbia sul palcoscenico.

In Il gioco di Ripper, ho ritrovato la mia amata Allende, quella che mi ha incantata con D’amore e d’ombra e La casa degli spiriti; l’Allende che usa le parole in maniera sublime, raccontando meraviglie e brutture dell’essere umano;  ma, sopratutto, ho ritrovato le sue donne, così belle, fiere e geniali.

Indiana sosteneva che non esisteva “ciò che è bene” e “ciò che è male”; la cattiveria è una distorsione delle bontà naturale.

Il gioco di Ripper, Isabel Allende, 2013, Euro 19,00

Il quaderno di Maya di Isabel Allende

Ognuno di noi meriterebbe un “suo Popo” per affrontare i dolori della vita, perché altrimenti risalire, o semplicemente galleggiare, è davvero difficile. Torno a scoprire con gioia le parole di Isabel Allende, probabilmente i suoi lavori proposti dopo la morte della figlia erano troppo intrisi di sofferenza per me, ma Il quaderno di Maya mi ha conquistata, perché capace di descrivere l’adolescenza più feroce con occhi colmi di comprensione, e un pizzico di favola, che non guasta mai.

Maya è una ragazzina, di merda aggiunge la nonna Nini, figlia di un padre che sta sempre sulle nuvole, fa il pilota, e di una principessa della Lapponia, ruolo di fantasia dato a una donna sparita dopo averla messa al mondo, nonostante la sensazione di essere orfana, Maya cresce un’infanzia dignitosa, amata dai nonni, Nini e Popo, Popo nonno di fatto non di sangue, non le manca nulla, anche se a volte il mestolo di legno della nonna fa male.

E’ la morte del suo Popo a mandare in fumo ogni briciola di buon senso, la ragazzina viene catapultata in un mondo troppo adulto per lei, un mondo nascosto nel fango della droga, armi, sesso, criminalità. Dopo una serie di disavventure notevoli, in fuga da tutto e da tutti, Maya cerca di ritrovare se stessa  su una delle isole dell’arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile.

La storia probabilmente non merita un premio per originalità, il dramma dell’adolescenza, la mancanza di affetti, le droghe, la convinzione di essere più forti di altri, il luogo sperduto ma colmo di umanità capace di far redimere anche il peggiore dei diavoli, eppure Isabel Allende riesce a dare quel tratto caratteristico ad ogni personaggio, capace di far sorridere e piangere perché travolti da una storia umana.

Tra i tanti personaggi spicca su tutti Popo, il gigante nero, nonno di fatto della piccola Maya, capace di far innamorare chiunque di lui, anche il lettore più distaccato:

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