Il tribunale delle anime di Donato Carrisi

Il tribunale delle anime di Donato Carrisi, Longanesi, è un thriller complicato, un intreccio di storie che solamente verso l’inevitabile fine si fondono svelando ogni segreto. L’atmosfera è cupa e colma di mistero fin dalle prime righe del romanzo, due i filoni principali inizialmente sconnessi: uno vede il protagonista Marcus, un cacciatore del buio addestrato a riconoscere il male, impegnato nella ricerca di una ragazza scomparsa, ricerca che lo porterà ad altri omicidi, accompagnato da un misterioso vendicatore. Alla ricerca di Marcus è invece Sara, foto rilevatrice della scientifica e donna afflitta da un dolore immenso.

Diversi omicidi si susseguono, gli innocenti risultano colpevoli e alcune morti sono sospette fino al culmine del finale.

L’idea di raccontare l’inseguitore inseguito, a sua volta interrotto da capitoli che narrano vicende avvenute un anno prima compiute da un misterioso cacciatore, è molto interessante. Il ritmo del romanzo è altalenante, scorre veloce in alcune parti mentre in altre è lento e arranca. Ho apprezzato Roma come scelta geografica del dove avviene la storia narrata, nel primo romanzo Carrisi aveva omesso la geolocalizzazione e questo portava a mio avviso un timbro di incubo non reale.

Come già scritto in occasione de Il suggeritore le storie narrate sono davvero tante, troppe, il susseguirsi di personaggi apparentemente scollegati, porta il lettore a una difficile comprensione della trama, rendendo faticosa la lettura. Troppe inoltre le divagazioni di tipo artistico, storico e culturale inserite come parentesi da enciclopedia.

Sebbene continuo ad apprezzare le innegabili doti di Carrisi, ritengo anche in questo caso che il romanzo riporti troppi dettagli, storie e intrighi, l’idea di base è eccellente ma se la narrazione si concentrasse sul primo filone senza divagare in maniera eccessiva credo che l’autre potrebbe vantare un capolavoro.

Il tribunale delle anime

Donato Carrisi

Longanesi

Pagine: 464

Prezzo: € 18.60

 

Fai bei sogni di Massimo Gramellini, recensione


Fai bei sogni di Massimo Gramellini ha il pregio di saper descrivere il dolore attraverso gli occhi di un bambino, un romanzo semplice, scritto col cuore, senza l’uso di paroloni e eccessive spiegazioni. Scritto da un uomo che non ha lasciato andare, o almeno non ancora, tutte le paure che lo accompagnano dall’infanzia. Il successo del libro è probabilmente dovuto alla sua totale onestà e autoironia, tipica di Massimo Gramellini, che riesce ad alleggerire situazioni drammatiche e ricordi scomodi.

Perdere la mamma è un trauma, sempre, non credo ci sia un’età immune da questo fatto, ma perderla quando ancora dobbiamo imparare ad allacciarci le scarpe è un dolore indescrivibile. Una ferita difficile da affrontare e chiudere, un male che nel tempo rischia di diventare ingovernabile, trascinato dai sensi di colpa e dalla fantasia di un bambino.

Perderla e vivere nel non sapere è forse il modo più comune scelto dagli adulti che rallentano il loro processo della verità per posticipare spiegazioni irreali a chi merita di sapere tutto, sempre, i figli.

Massimo scrive il romanzo della sua infanzia e dell’uomo che è diventato grazie, o per colpa di quell’infanzia, ma solo quando fa leggere il manoscritto a Madrina, amica storica di famiglia, scopre di non sapere la verità riguardo a sua madre, ammalata terminale di cancro, il Brutto Male. Una verità scomoda, difficile, talmente incomprensibile che viene svelata a Massimo in età adulta, quasi per sbaglio, con il stupore di chi era convinta che sapesse.

Unica nota negativa del romanzo, a mio parere, è l’eccesso di luoghi comuni, frasi scontate, e la sensazione di un già letto, già affrontato, anche se ogni vita è unica, e probabilmente è questa sua unicità assieme alla bravura e l’onestà dell’autore ad averne determinato tanto successo.

Fai bei sogni

Massimo Gramellini

Longanesi