Maledetta Cina, di Paolo Rumiz. Recensione

Maledetta Cina, di Paolo Rumiz è un viaggio insolito, colori, profumi e nuovi stereotipi si sostituiscono ai noti cliché del grande continente orientale, la Grande Muraglia diventa un souvenir da riconsegnare, possibilmente in buono stato, per il successivo restauro, lo smog regna sovrano, e le persone sembrano formiche impazzite. Eppure lo sguardo impietoso di Paolo Rumiz sembra svelare antiche meraviglie, nonostante la corsa verso l’emulazione dell’occidente, nel bene e nel male.

Paolo Rumiz si concede pochi giorni di vacanza per andare a trovare suo figlio a Pechino per lavoro, mentre l’altro figlio parte verso l’Africa, unica garanzia un piccolo diario dove annota pensieri e considerazioni. Soffocato dallo smog e spaventato dalla grandezza della Città Proibita, Rumiz ci regala spaccati nuovi, una Cina a tratti incantevole, quasi inconsapevole della sua anima antica, per poi scivolare nel terrore della metropoli, caotica, sporca e intrattabile.

È giusto, mi chiedo, che le masse consumino l’ultimo stupro e svelino anche questo mistero? Dentro, mi hanno detto, la municipalità ha installato in nome del popolo orridi campi di basket all’aperto con erba artificiale. Per un attimo ho la sensazione netta che questa estrema dissacrazione possa togliere al cielo gli ultimi pilastri di sostegno e far crollare la Cina intera.

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