Veladiano, Lodoli e Odifreddi, gli scrittori parleranno di scuola e integrazione a Rimini

qualità integrazione scolastica 2013Comunicato Stampa  

Sono migliaia gli insegnanti, i dirigenti scolastici, gli psicologi, i medici, gli educatori professionali, e ancora pedagogisti, logopedisti, riabilitatori, e genitori, che si apprestano a partecipare attivamente al 9° Convegno internazionale La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale Palacongressi di Rimini, 8-9-10 novembre 2013, organizzato dal Centro Studi Erickson.

84 workshop pomeridiani e 3 sezioni plenarie, relatori di fama nazionale e internazionale interverranno a Rimini per parlare di scuola e inclusione, in particolare segnaliamo la presenza di tre firme della letteratura italiana: Mariapia Veladiano, Marco Lodoli e Piergiorgio Odifreddi. Tre scrittori a cui la Direzione Scientifica del Convegno ha affidato il difficile compito di raccontare la scuola italiana, perché un corretto uso della parola ancora oggi può fare la differenza.

Mariapia Veladiano, scrittrice e preside a Rovereto, vincitrice del Premio Calvino 2013 con il romanzo La vita accanto, Einaudi, e autrice del romanzo acclamato dalla critica e dai lettori  Il tempo è un dio breve, Einaudi Stile Libero, darà la parola alla protagonista del Convegno: Le parole dell’integrazione.

Marco Lodoli, scrittore, insegnante e giornalista, autore di numerosi apprezzati volumi, come Il rosso e il blu. Cuori ed errori nella scuola italiana , Einaudi, da cui è stato tratto l’omonimo film di Giuseppe Piccioni, con Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, si concentrerà sul dialogo: Conversazione tra un insegnante e un allievo al bar davanti scuola.

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La vita accanto di Mariapia Veladiano Premio Calvino 2010

Un viaggio tra le mura candide del Palladio, la cattiveria insipida della gente e la fredda,  agghiacciante, inesorabile depressione post parto. La vita accanto di Mariapia Veladiano, Premio Calvino 2010, mi è capitato tra le mani per sbaglio, forse perché ho studiato a Vicenza, cittadina di provincia bellissima e contemporaneamente spietata, o forse perché le storie di donne attraggono le donne.

Diverse recensioni raccontano questo libro come una denuncia verso gli stereotipi e la superficialità del genere umano, protagonista della storia è Rebecca bambina brutta, molto brutta si intuisce, ma a mio avviso in primo piano l’autrice analizza e racconta la malattia e la paura.

Rebecca cresce ignorata da sua madre, donna chiusa nel suo mondo, incapace di esprimere sentimenti e contatti,  solo dopo la sua morte la bambina capirà che la causa di quell’indifferenza apparente era da attribuire a una fortissima depressione post parto, e alla mancanza di aiuto. Sua madre, infatti, era stata lasciata sola con la sua malattia.

Nascere brutte è certo un incubo in una società che innalza il bello al di sopra dell’intelligenza, ma crescere brutte senza l’affetto materno, circondata dai peggiori pettegolezzi è una realtà ancora più dura. Rebecca trova un’amica, grassa, e studia, cresce, impara a suonare il piano, e con l’aiuto della chirurgia estetica migliora, non diventa bella, non riesce a dimenticare il suo aspetto, ma la musica l’aiuta a sopravvivere, nascosta.

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