L’ora di lezione di Massimo Recalcati. Recensione di una vite storta

oraSono sempre stata una vite storta. La differenza è che oggi, dopo aver letto L’ora di lezione, di Massimo Recalcati, ne vado fiera. Ritengo incredibile come Recalcati riesca a concentrare in poche pagine degli assunti così complessi, capaci di viaggiare nel tempo per riportare il lettore a confrontarsi col presente, senza lasciare nulla al caso e stimolando la mente e la memoria.

Insegnare è uno dei mestieri più difficili al mondo, e non lo scrivo per sentito dire, ma perché ho insegnato (ebbene sì ho fatto anche quello) e sono figlia di insegnanti. Eppure ne L’ora di lezione Massimo Recalcati riesce a concentrare la giusta dose di rispetto verso questa complicata professione unendola a critiche anche poco velate; e durante la lettura la mente viaggia, torna nel suo passato per far riaffiorare ricordi di quando era allieva, le battaglie, speranza, passioni, per poi decidere che tutto sommato il suo essere storta è un vanto, una difficoltà, certo, in una società che ci vuole in riga sui binari, ma pur sempre un vanto.

Io ad esempio, ho ricordato con estremo divertimento quando i miei genitori sono stati chiamati con seria presa di posizione dagli insegnanti (credo delle medie) perché…. facevo troppe domande!!!

Recalcati loda la passione per il sapere, e pone il quesito: insegnare è trasmettere il sapere o stimolare la singola curiosità e dare gli strumenti per raggiungerlo? Probabilmente io ero “troppo” appassionata, testarda, e alzare la mano per fare domande lo ritenevo un mio diritto assoluto, eppure questo mio essere nei confronti della cultura non mi ha abbandonata negli anni. Ho litigato (anche all’esame di maturità), discusso, mi sono fatta sedurre dal sapere, e a mia volta ho sedotto, ed ero assolutamente consapevole di questo.

Insegnare non è forse provare a circoscrivere questo vuoto, a dire l’ineffabile, a tradurre i matemi trasmissibili universalmente il patema singolare della nostra vita? Con la consapevolezza, però, che non si potrà mai dire tutto.

L’ora di lezione è un concentrato di passione, cultura e pensieri, certo, a volte Recalcati sembra provare nostalgia verso L’attimo fuggente, e tra le righe il Oh capitano, oh mio capitano, risuona inesorabile. Eppure, pur dimostrando un estremo rispetto verso la professione dell’insegnante, critica in maniera costruttiva il sistema scolastico moderno. Quel sistema che pretende un esercito di dottori preparati ma non stimola i loro limiti, lo stesso sistema che preferisce il sapere imparato a memoria a quello che ci porta a comprendere altre verità e che appassiona e cerca nuovi confini.

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Elogio del Fallimento a cura di Massimo Recalcati, conversazioni su anoressie

Affrontare il delicato tema dell’anoressia – bulimia non è mai facile, chi non capisce come possa l’essere umano arrivare a tanto, chi si sente impotente, chi studia e deve imparare a mantenere il distacco altrimenti rischia di venirne avvolto e risucchiato. Massimo Recalcati, direttore scientifico dell’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Apllicata), docente presso l’Università di Pavia e l’Università di Losanna,  riesce a dare una visione moderna della malattia, anoressia – bulimia doppia faccia della stessa medaglia sottolinea, nel libro Elogio del fallimento, conversazioni su anoressia e disagio della giovinezza, Edizioni Erickson. Una visione complessa, articolata, non certo di facile lettura, ma comprensibile anche a chi si nutre di psicologia pur senza averla studiata all’università.

Malattie moderne, così vengono etichettate oggi anoressia e bulimia, maledette malattie contemporanee, in realtà l’anoressia per purificazione o ricerca del bello è una condizione antica, ma allora come oggi è amata solo dai ricchi. E poiché il XXI secolo è l’era della globalizzazione e del capitalismo ecco che le malattie dei ricchi diventano le malattie d’amore diffuse come malessere di una generazione.

La ricerca del corpo magro dell’anoressica  la passione irrefrenabile per il cibo della bulimica sono, come tali, dei fenomeni psicopatologici non interpretabili, nel senso che nessuna interpretazione di senso può modificare o scalfire queste posizioni estreme del soggetto. Perché? Perché né la ricerca del corpo magro dell’anoressica né la passione per l’oggetto cibo della bulimica hanno quel tipico valore metaforico che Freud assegnava alla costituzione del sintomo in senso psicoanalitico. Per la psicoanalisi l’interpretazione semantica può essere efficace solo laddove vi siano dei sintomi che per il soggetto si sono costituiti secondo lo schema linguistico della metafora.”

“Nell’anoressia e nella bulimia non sembra esserci nessun senso inconscio da ricercare. Tutto appare chiaro. L’anoressica tende, infatti, a non considerare l’anoressia come una malattia. Di qui la sua cosiddetta onnipotenza narcisistica… ovvero l’esatto contrario dell’impotenza! La bulimica, invece, soffre acutamente per il suo stato ma come il tossicomane, attribuisce la causa della sua sofferenza solamente all’esistenza dell’oggetto – cibo. E’ il cibo che fa soffrire!

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