Papà mi presti i soldi che devo lavorare?, di Alessia Bottone

papa-mi-presti-i-soldi-che-devo-lavorare-alessia-bottoneHo una naturale simpatia per questa autrice, già presentata in occasione del suo libro Amore al tempo della stage, e oggi leggendo la sua nuova fatica “Papà mi presti i soldi che devo lavorare? Avventure e disavventure di una precaria a tempo indeterminato“, confermo, soprattutto la parte dove spudorata ammette di essersi iscritta a conferenze e simili solo per il buffet: l’ho fatto anch’io. Che diamine, quando non si hanno i soldi per pranzare ci si inventa ogni giorno.

Ero sempre al Parlamento Europeo per seguire i meeting, in realtà non avevo molti soldi per pagarmi i pranzi e quindi mi iscrivevo a tutte le conferenze che prevedessero un buffet o un rinfresco.

Ma veniamo alla novità. Irriverente, non corretto, sincero, schietto, realistico, ironico e oggettivo: questa la descrizione che meglio si abbina a “Papà mi presti i soldi che devo lavorare?” e se non fosse per la naturale capacità dell’autrice di riderci un po’ su, perché altrimenti dovrei piangere troppo spesso, il libro potrebbe venire analizzato come spaccato impietoso di una generazione troppo spesso citata e osannata dai media ma talmente ai margini da risultare invisibile.

Mi hanno insegnato che bisogna sempre porre delle domande per dimostrare che si è davvero interessati al lavoro. Non oso chiedere informazioni circa la retribuzione, visto che l’ultima volta che ho osato farlo mi hanno risposto con un: “Lei lavora solo per il denaro?”.

Alessia Bottone spiega al lettore che essere troppo, curiosi, determinati, motivati, preparati non paga in Italia. Si rischia di venire scartati proprio perché troppo, e chi cerca lavoro sa benissimo quanto spesso accade ” No, ci dispiace ma lei è troppo preparato per questo lavoro.”

Troppo, e se viaggia troppo non va bene, e se non si è mai mosso da casa dei genitori non va bene, e se pensa troppo con la sua testa, non va bene (non sia mai che vi venga la malsana idea di mettere in discussione regole e ordini. Chi vi ha dato il permesso di pensare?), l’autrice racconta diverse sfaccettature della stessa miseria, dalla selezione, al lavoro mal, o per niente, retribuito, fino all’assurdo “Ed io che ti ho persino assunta e pagata!” (per la cronaca il lavoro veniva pagato 3,54 euro l’ora).

E non osate informarvi sui contributi, potreste andare incontro a terribili realtà.

Continue reading Papà mi presti i soldi che devo lavorare?, di Alessia Bottone