Piccola dea, di Rufi Thorpe. Inno all’amicizia

piccola deaA dispetto dei luoghi comuni, il rapporto più intenso per le giovani donne non è quello con il primo amore. È quello con l’amica del cuore.

Sembra una banalità questa frase, eppure è vera, intensa e assolutamente genuina. Non il primo amore ma l’amica del cuore, quella con qui hai passato ore al telefono da adolescente, con cui hai diviso tutto, ragazzi compresi, quella che amavi alla follia, sempre, comunque, in qualsiasi situazione. E poi la vita, spesso ma non sempre, ti allontana, ti trascina altrove come una corrente, ognuna per la sua strada, a volte si litiga, ma spesso non si ricorda nemmeno perché la separazione, perché abbiamo smesso di telefonare e sussurrare segreti.

Piccola dea, di Rufi Thorpe, Sonzogno, è un romanzo sulla vita; l’amicizia di due ragazzine si presenta come il filo conduttore di una storia  ambigua, a tratti colma di dolore e disperazione, ma che in realtà desidera essere una storia come tante, ed è per questo che a mio avviso funziona dalla prima all’ultima pagina.

Non c’è alcuna pietà, perché le amiche ti dicono le cose come stanno senza abbellimenti, non ci sono racconti colmi di avventura e patos, Piccola dea è la storia di due bambine che crescono, vivono; ma a dispetto delle apparenze mentre Mia diventa una studiosa di successo, la vita di Lorie Ann si inceppa, fatica a decollare, torna e ritorna su se stessa, colma di dolore e paure.

Mia racconta i loro primi trent’anni, cercando di ricostruire anche i passaggi che hanno distrutto la vita della sua migliore amica, compassione e sensi di colpa della giovinezza cedono ai sentimenti meno accondiscendenti della giovane madre, mentre Lorie Ann più si sente giudicata e più crea distanza tra loro.

Scelte sbagliate o semplici casi della vita? Volontà o destino? Difficile dare una definizione alle tragedie, certo è che il romanzo Piccola dea non analizza solo l’amicizia, ma tanti, tantissimi, altri temi legati alla donna: la maternità, la disabilità (la madre di un disabile è una condizione che solitamente rifiutiamo di conoscere), la depressione, il lavoro, l’aborto.

Quando Lorrie Ann aprì la porta, con un grande sorriso aperto, uguale a quello che ricordavo, sentii di colpo odore di marijuana. Ci abbracciammo e m’invitò a entrare, indicando un divano che era già occupato da un uomo di aspetto mediorientale accovacciato davanti a un grosso bong. Aveva perso entrambe le gambe dal ginocchio in giù, e al loro posto c’erano degli affascinanti marchingegni meccanici che sembravano essere stati disegnati dalla Nasa.

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