Omicidi quasi perfetti, di Stuart McBride

omicidiquasiperfettiRaramente mi capita di trovarmi così indecisa nel giudizio da dare a un libro. Oserei definirmi divisa a metà, aspetto da non sottovalutare quando il protagonista è un thriller di quelli da farti sobbalzare dal divano pagina dopo pagina. Eppure, Omicidi quasi perfetti di Stuart McBride mi ha lasciata così: divisa a metà.

Il motivo è semplice, il libro ha una trama principale, assolutamente ineccepibile, e una trama secondaria che davvero ancora fatico a spiegarmi. Il filone principale, quello dedicato al serial killer procede senza intoppi, prende il lettore, lo attanaglia, fa amare la profiler Alice tanto da volerla come unica protagonista di altre storie, e il cattivissimo non si intuisce se non solo alle battute finali. La trama secondaria è una sorta di presa in prestito al mondo gangster, un brutto film dove splatter e cazzotti, pallottole e occhi cavati, vengono narrati tra un panino alla marmellata e una visitina dal dentista.

Da qui la mia perplessità, come è possibile che la stessa persona riesca a scrivere una trama così impeccabile, con personaggi convincenti e ben caratterizzati, e contemporaneamente, nello stesso romanzo, riesca a proporre una tale orribile unione che sembra uscita dalla scena peggiore del peggior film americano (lo scrittore è scozzese)?

Non me lo spiego, ma se riuscite a tralasciare le parti assolutamente inutili di vendette e ricatti, che anche se venissero eliminate da un colpo di editor non modificherebbero di una virgola la trama principale, allora vi troverete tra le mani un thriller assolutamente interessante.

Il rischio è vostro.

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