Il comandante di Auschwitz di Thomas Harding

Il comandante di AuschwitzIl comandante di Auschwitz di Thomas Harding non è un thriller, né un romanzo, se è questo che state cercando difficilmente il libro rispetterà le vostre aspettative. Il comandante di Auschwitz è uno straordinario documento storico, un racconto capace di insinuare dubbi, di demolire certezze. Un documentario scritto in maniera ineccepibile, curato nei dettagli. Ho pianto, come sempre quando mi immergo in letture che affrontano la dolorosa ferita della seconda guerra mondiale; ho pianto per loro e per noi, noi che stiamo dimenticando quegli orrori, noi eredi delle vittime e di coloro che hanno preferito non guardare.

Thomas Harding era ignaro del lavoro post bellico del prozio, solo al giorno del funerale scopre l’incredibile: Hanns Alexander alla fine della guerra ha braccato e scovato il kommandant di Auschwitz, Rudolf Höss.

Stupito dalla rivelazione Harding decide di scoprire la verità, ma certo quello che inizialmente non poteva sapere era di avventurarsi in un viaggio doloroso, umano, e capace di far riflettere milioni di persone.

Attraverso la ricostruzione storica delle vite di Hanns Alexander e Rudolf Höss, dalla nascita, l’infanzia, l’adolescenza, la guerra, il nazismo, Auschwitz, la cattura e il processo, l’autore svela le atrocità della guerra, ma lo fa in modo nuovo: le racconta sia dalla parte degli alleati che dai nazisti. La soluzione finale, lo sterminio degli ebrei, viene presentata come un comando necessario a cui credevano realmente i vertici delle SS, non un comando da eseguire. Non un’azione senza scelta, ma una decisione condivisa.

Eppure, il cattivo non appare poi così cattivo, Harding riesce a umanizzare la vita di Rudolf Höss , fin dove possibile, e lo rende vulnerabile, a tratti privo di empatia e schizofrenico, ma sempre consapevole.

Contrariamente a quanto si possa intuire dalla quarta di copertina, il libro non si concentra sulla caccia, ma sulla vita dei suoi protagonisti, così diversi, agli antipodi, eppure legati da una verità indiscutibile: la vendetta.

Il comandante di Auschwitz è spietato, privo di compassione, vuole portare il lettore a studiare e comprendere senza influenzarne il pensiero. Senza rivisitazioni. Anzi, più volte l’autore fa notare come anche il fatto più banale possa venire raccontato in decine di modi differenti, senza bisogno di torture o minacce, solo affidandosi alla memoria dei presenti: dove la verità?

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