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Ultimo Requiem di Mimmo e Nicola Rafele, verità incofessabili

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requiemgrandeNon è facile interpretare la storia, riuscire a cogliere i momenti di maggiore impatto e contemporaneamente inserire fantasia e invenzioni cercando comunque un equilibrio narrativo capace di conquistare il lettore. Non è facile, ma Ultimo Requiem ci riesce in maniera esemplare. Scritto da Mimmo e Nicola Rafele, padre e figlio, e pubblicato da Longanesi, questo romanzo ha un pregio assoluto: rinfresca la memoria portando alla luce eventi che la mia generazione non ricorda, non ha mai imparato a scuola, e tende a dimenticare perché non appartengono alla storia e nemmeno al presente. Pillole di un passato recente, ancora doloroso, capace di ferire e contemporaneamente talmente lontano da pretendere l’oblio. Se come me non accettate questa imposizione, non amate che vi si dica cosa ricordare e cosa dimenticare, e siete sempre alla ricerca del libro che capace di offrirvi quel dettaglio, quel particolare in più per aiutarvi a comprendere, non giustificare, gli orrori degli anni ’80 e ’90, troverete Ultimo Requiem un esperimento interessante, capace di prendere i fili, tessere le trame e attraverso personaggi nuovi, mai esistiti, almeno ufficialmente, donare una originale interpretazione, una storia diversa, ma forse non così lontana dalla realtà.

È in quel momento che arriva. È come un vento caldo. Una fortissima folata di vento caldo che senti sulla pelle, poi una luce abbagliante. È l’ultima cosa che vede mentre muore. L’ultima cosa che vede mentre muore è ogni oggetto che esce da se stesso, è la bambina che vola via come una foglia al vento, poi resta soltanto un rumore senza fine.

Dalla strage della stazione di Bologna, 2 agosto 1980, alle guerre di mafia, gli omicidi dei magistrati, spie russe, il tentato omicidio di papa Wojtyla, la P2,  gli autori trasportano il peggio di quegli anni tra le fitte parole di un romanzo che nonostante la criminalità e la violenza dona un messaggio di speranza. Dal mio punto di vista, infatti, non è il boss della mafia, Sabato, il protagonista, sebbene personalità indelebile fin dalle prime righe, ma il poliziotto buono. Il commissario che sa fare il suo lavoro, e insegue la giustizia, il magistrato instancabile che cerca, cerca, cerca, viene ostacolato, insabbiato, deriso, ma continua a cercare un qualcosa che possa fermare i cattivi.

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